Solidarietà ad Andrea Pucci, costretto a rinunciare a Sanremo 2026 a causa degli haters e della politica woke
La rinuncia di Andrea Pucci alla co-conduzione di una serata del Festival di Sanremo 2026 non è un episodio isolato né una semplice polemica da social network: è il sintomo di un clima culturale sempre più intollerante, in cui una parte ben riconoscibile della sinistra italiana, figlia della cultura woke, confonde sistematicamente la democrazia con ciò che le è gradito e la cultura con ciò che conferma il proprio recinto ideologico.
Pucci è stato travolto da una campagna di insulti, delegittimazione e minacce, estese persino alla sua famiglia, non per atti di odio o violenza, ma per battute giudicate “sbagliate”, “di destra”, “non allineate”
Un linciaggio mediatico che nulla ha a che vedere con la critica artistica e tutto con la volontà di espellere dal perimetro pubblico chi non si piega al linguaggio e ai dogmi del politicamente corretto.
È qui che emerge la contraddizione più evidente: gli stessi ambienti che si ergono a custodi della libertà, dell’inclusione e della tolleranza mostrano un riflesso profondamente censorio non appena una voce popolare sfugge al controllo ideologico.
La cultura woke, nata come attenzione alle minoranze, si è trasformata in una pratica di esclusione, in cui si stabilisce chi può parlare, chi può far ridere, chi può salire su un palco nazionale e chi invece deve essere messo a tacere
Non c’è confronto, non c’è discussione, ma solo etichette: fascista, reazionario, impresentabile. Un tribunale morale permanente che sostituisce il giudizio del pubblico con quello di minoranze rumorose e iper-militanti.
Ed è proprio il pubblico non politicizzato a smascherare questa presunzione di superiorità culturale.
È lo stesso pubblico che applaude Roberto Benigni senza sentirsi in dovere di sottoporre ogni sua parola a un processo ideologico e che sorvola sul fatto che non furono liberati dagli americani i prigionieri dei campi, ma si sa l’Oscar viene consegnato nella capitale Woke californiana
Il Pubblico riempie le sale cinematografiche per vedere Checco Zalone, che ride, si riconosce e si diverte senza chiedere il permesso a nessuna avanguardia moralizzatrice. È anche lo stesso pubblico che ha disertato in massa molte pellicole finanziate con denaro pubblico, opere spesso celebrate da una critica autoreferenziale ma incapaci di parlare alle persone reali.
Quando i finanziamenti pubblici vengono meno, come è avvenuto dopo scandali clamorosi che hanno coinvolto beneficiari di fondi a fondo perduto, improvvisamente riemerge una verità scomoda: il consenso culturale non si decreta per legge né si compra con i sussidi, ma si conquista con il talento e con la capacità di comunicare
La reazione scomposta contro Pucci va letta anche in questa chiave. La sinistra italiana si è vista progressivamente sottrarre due territori che riteneva di controllare in modo quasi naturale: la vita culturale del Paese e un certo monopolio morale sul concetto di giustizia.
Venuti meno i finanziamenti, incrinata l’egemonia culturale, messa in discussione l’intangibilità di alcune istituzioni anche attraverso il dibattito referendario sulla magistratura, la paura è che figure popolari, libere e non ricattabili come Pucci possano dare il colpo di grazia a una narrazione di superiorità etica ormai sempre meno credibile.
Ecco perché Andrea Pucci a Sanremo faceva paura
Non perché potesse offendere qualcuno, ma perché rappresentava una cultura non addomesticata, popolare, non ideologica, capace di parlare a milioni di italiani senza chiedere il bollino di conformità. In una democrazia matura, la risposta a una battuta che non piace dovrebbe essere un’altra battuta, una critica, al limite il dissenso. Non l’odio organizzato, non la delegittimazione personale, non l’espulsione dal palco.
A Pucci va espressa solidarietà non solo come artista, ma come simbolo di una libertà di espressione che oggi viene messa sotto attacco proprio da chi si proclama paladino dei diritti
Se questa è la tolleranza della politica woke, allora è legittimo chiedersi chi stia davvero difendendo la pluralità culturale e chi, invece, stia lavorando per ridurla a un pensiero unico travestito da virtù.

