Sergio Ramelli nelle parole di Ignazio La Russa

Il neo Presidente del Senato ha reso omaggio ad un ragazzo ucciso dalla follia di sinistra

Il neo Presidente del Senato Ignazio La Russa, nel suo discorso asseritamente a braccio, ha ricordato i Caduti di tutte le guerre, e non ha mancato di rendere omaggio anche ai morti di una parte, dei militanti di destra. Di una guerra che fu quella degli anni ’70.

Vittime del cieco odio politico degli anni di piombo, rei solo di non essere di sinistra, pur ragazzi come gli altri. Per loro nessuno si è mai indignato, nessuno ha mai invocato giustizia. Erano ‘fascisti‘, e tanto bastava per togliere loro la vita.

Tra loro La Russa ha citato Sergio Ramelli, il giovane militante del Fronte della Gioventù,  assassinato, ad appena 18 anni, dagli antifascisti di “Avanguardia operaia”.

Dai banchi di Fratelli d’Italia una standing ovation, il silenzio assordante dai banchi della sinistra, sempre pronta a sostenere le commemorazioni dei Carlo Giuliani di turno.

Un’occasione mancata per una pacificazione reale. Peccato. La dice lunga quel silenzio assiso, su quanti passi devono essere ancora fatti nella direzione di un mea culpa della sinistra.

L’aggressione

L’aggressione di Ramelli avvenne nel capoluogo lombardo, Milano, la sua città, il 13 marzo 1975.

Sergio aveva già ricevuto numerose minacce per la sua fede politica, tuttavia era determinato a non rinunciare a quello in cui credeva. Non era facile essere di destra in quegli anni: le aggressioni dei gruppi di derivazione comunista erano all’ordine del giorno, sempre coperte dalla politica.

Quel 13 di marzo, come ogni giorno, Sergio uscì da scuola, prese il motorino e si diresse verso la propria abitazione. Erano poco più delle 13.00 quando giunse sotto casa, si fermò e iniziò a parcheggiare. Neanche il tempo di girarsi e gli furono addosso, in 10, armati di grosse chiavi inglesi.

Iniziarono a colpirlo sulla testa, numerose volte, anche quando era già a terra, coperto di sangue. Dalle finestre iniziarono a gridare “basta”, “lo uccidete”. Gli assassini continuarono ad infierire fino ad accertarsi che fosse morto. I colpi erano stati così violenti da causare la fuoriuscita di materia cerebrale.

IL RICOVERO

Sergio fu soccorso e incredibilmente, all’inizio, sopravvisse. Venne portato in ospedale, la sua voglia di vivere lottò contro le gravi ferite. La sua sofferenza durò ben 47 giorni, durante i quali l’odio contro lui e la sua famiglia non si placò: il fratello fu duramente minacciato, la famiglia lo stesso.

Sua madre in merito disse: “Era una primavera molto calda, non solo dal punto di vista politico, e gli infermieri aprivano spesso le finestre. Io un giorno mi lamentai, chiesi cosa stessero facendo, visto che Sergio aveva già i primi sintomi di complicazioni respiratorie. Loro mi risposero che chi ha un trauma cranico ha bisogno di freddo…”. 

Sergio Ramelli morì il 29 aprile del 1975, dopo aver contratto una polmonite.

 

L’ AVVOCATO IGNAZIO LA RUSSA CON LA MAMMA DI RAMELLI ANITA POZZOLI  AL PROCESSO (FOTOGRAMMA, MILANO – 1987-03-16)

Il Processo

I suoi assassini non furono subito individuati. Soltanto 10 anni dopo, nel corso di un processo a “Prima Linea”, saltò fuori un gruppo di pentiti che accusarono il servizio d’ordine di Avanguardia Operaia come colpevoli dell’omicidio di Ramelli. Solo così, uno dopo l’altro, vennero fuori i nomi dei responsabili. Furono quindi arrestati e confessarono.

Con la sentenza definitiva, i sette autori materiali dell’aggressione e la ragazza che aveva svolto i pedinamenti furono condannati per il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, ossia per aver agito consapevoli della possibilità che i colpi inferti provocassero la morte della vittima.

ll 16 maggio 1987, la II Corte d’Assise di Milano li ritenne inizialmente colpevoli di omicidio preterintenzionale, in quanto venne riconosciuta l’accettazione del rischio di uccidere insito nell’atto di violenza, ma non la volontarietà. Marco Costa ricevette 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo 15, entrambi per aver materialmente colpito Ramelli. Claudio Colosio ricevette 15 anni; Antonio Belpiede 13 anni; Brunella Colombelli 12 anni; Franco CastelliClaudio Scazza e Luigi Montinari 11 anni.

La condanna non soddisfece il PM, che contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore del preterintenzionale e fu depositato un ricorso. Il 2 marzo 1989, la II sezione della Corte d’Assise d’Appello accolse le richieste del pubblico ministero ma nonostante l’accusa fosse mutata in omicidio volontario, venne tuttavia riconosciuta l’attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene.

Le condanne

Costa quindi passò da 15 anni a 11 e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece che 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, ColombelliMontinari e Scazza invece degli 11 o 12 iniziali.

Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e quindi un aggravio delle pene. Il 23 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa, confermando le sentenze di secondo grado.

Costa e Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche per via delle condanne aggiuntive a quella per Ramelli,mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità.

Così si chiuse una delle pagine più nere degli anni di piombo, l’assassinio di Sergio Ramelli: il silenzio dei senatori di sinistra rimasti seduti al suo ricordo feriscono la sua memoria ma soprattutto la voglia del nostro paese di poter finalmente ragionare di politica senza dover ricadere anacronisticamente in sovrastrutture datate come fascismo/comunismo.

 

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