Cavalleria Rusticana e Pagliacci… o viceversa? Il Maggio Musicale Fiorentino sceglie di andare contro la consuetudine e inverte l’ordine con cui solitamente viene presentato il celebre dittico “verista”. Un caso? “Assolutamente no – afferma Paolo Klun, responsabile dell’ufficio stampa del Maggio nel corso della presentazione dello spettacolo che si è tenuta nei giorni scorsi in teatro – si tratta di una precisa scelta del regista Robert Carsen. Tra l’altro, al teatro del Maggio raramente i due titoli sino stati presentati insieme, e precisamente due volte: nel 1971, con la direzione di un giovanissimo Riccardo Muti con la regia di Mauro Bolognini e nel 2000, direttore Bruno Bartoletti e regista Liliana Cavani. Cavalleria poi è stata messa in scena undici volte, Pagliacci cinque”
Poche ma buone le recite del dittico, verrebbe da dire, e anche questa terza non sembra assolutamente voler essere da meno. La prima rappresentazione sarà Domenica 22 febbraio alle ore 17; repliche il 25 alle ore 20, il 28 alle 15.30 e il 3 marzo alle 20.
Da parte sua il sovrintendente Carlo Fuortes ha ricordato che l’abbinamento dei due titoli non è poi così scontato: “sono molto conosciute, sono sue opere veriste ma di fatto da un punto di vista registico sono molto diverse, e questo crea alcune difficoltà. Sono molto felice di farle qui insieme e con la regia di Robert Carsen, che ha già lavorato con il Maggio ma è la prima volta che opera in questo teatro. Si tratta di una produzione della Dutch National Opera di Amsterdam (settembre 2019) ancora inedita in Italia, che parte da un’idea molto intelligente e forte e che rispetta totalmente lo spirito delle due opere: esse parlano sostanzialmente di tragedie private che diventano però tragedie pubbliche, disastri di una comunità “
Il regista Robert Carsen ha prima di tutto spiegato i motivi della inversione dell’ordine consueto: “Studiando Pagliacci mi sembrava strano di metterla dopo Cavalleria perché l’opera di Leoncavallo comincia con un Prologo; e un prologo non può essere collocato a metà serata, ma deve essere all’inizio; e tra l’altro, quello di Leoncavallo contiene importanti dichiarazioni di poetica, di che cosa è il teatro e di cosa si va a vedere.”
L’osservazione è senz’altro condivisibile, anche perché se le due opere sono senz’altro molto diverse sotto vari aspetti, i principi di poetica “verista” che qui Leoncavallo enuncia possono per molti aspetti applicarsi anche a Mascagni, pur con tutto quanto di aleatorio c’è nella definizione di “verista” soprattutto quando applicata al teatro in musica. Ma la novità non è certamente solo questa. Nella sua visione dello spettacolo, Carsen – di ritorno al Maggio dopo aver curato la regia de Il ritorno di Ulisse in patria nel giugno del 2022 che si aggiudicò il prestigioso Premio Abbiati come miglior spettacolo dell’anno – si discosta da una semplice ricostruzione puramente storica delle opere: la sua visione si concentra sul concetto del “teatro nel teatro”, mettendo in relazione in modo radicale e suggestivo la finzione scenica e la dimensione reale dello spettacolo. In questa lettura i confini tra personaggi, interpreti e pubblico si assottigliano, creando un’esperienza meta-teatrale che solleva domande profonde sul rapporto tra arte, vita e identità scenica. Il regista dà quindi una lettura più “pirandelliana” e Pirandello con il verismo non ha davvero molto a che spartire: invece che ancorare le vicende dei personaggi in un’ambientazione di riferimento geografico o cronologico, il suo progetto drammaturgico è un’indagine scenica sul teatro stesso, sulla relazione tra attore e ruolo, e sul confine labile tra finzione e realtà. In questo allestimento il teatro diventa spazio di riflessione sul destino umano, in cui la performance e la vita si intrecciano fino a confondersi e dove viene evidenziata la tensione drammatica contenuta nelle partiture.
Parlando della sua messinscena, Carsen ne ha rimarcato gli aspetti principali e i motivi che lo hanno portato a immaginare uno spettacolo così particolare e suggestivo: “Da ragazzo i miei genitori mi portarono a teatro per assistere a uno spettacolo di Luigi Pirandello, Così è (se vi pare). La sorprendente rivelazione finale dell’opera fu per me una vera e propria epifania, un’esperienza destinata a segnarmi per tutta la vita. Rimasi affascinato dalla capacità di Pirandello di giocare con i diversi livelli della realtà e con le aspettative del pubblico. Quell’incontro precoce influenzò profondamente il mio lavoro di regista, in particolare il concetto della “quarta parete”, capace al tempo stesso di separare e di mettere in relazione platea e palcoscenico. Nel riflettere sulla regia di queste due opere – entrambe rivoluzionarie per il loro tempo – mi è apparso chiaro che invertendo l’ordine tradizionale di esecuzione, la sfida insita nel Prologo dei Pagliacci potesse estendersi non solo a quest’opera, ma anche a Cavalleria rusticana. Questa nuova disposizione consente di rileggere i due lavori non soltanto attraverso la lente del realismo, ma anche del meta-realismo e persino del sovra realismo”.
In entrambi gli spettacoli le scene sono curate da Radu Boruzescu, le luci, oltre che da Carsen, da Peter Van Praet, i costumi sono di Annemarie Woods e la coreografia di Marco Berriel.
Sul podio il maestro Riccardo Frizza che dirige l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino; due i cori, quello del Maggio e quelli delle voci bianche dell’Accademia del Maggio, preparati rispettivamente da Lorenzo Fratini e da Sara Mattteucci. “È un privilegio affrontare questi spettacoli insieme a Carsen, di cui apprezzo molto le idee e la sua concezione ‘meta-teatrale’ dello spettacolo – ha dichiarato Frizza – Sono altrettanto felice di dirigere per la prima volta nel corso della mia carriera Pagliacci e, per quello che riguarda la mia visione delle due opere, cercherò di interpretarle rispettando in modo preciso la partitura e andando incontro per quanto possibile alle esigenze dei cantanti. Pagliacci e Cavalleria sono due titoli di assoluta rilevanza anche nella storia del Maggio; ricordo ad esempio le edizioni dirette da Bruno Bartoletti, uno dei più grandi interpreti di questo repertorio, ed per me è quindi molto importante potermi ‘confrontare’ con i grandi nomi del passato che hanno diretto questi titoli qui a Firenze”. Per quanto concerne il cast vocale, in Pagliacci la compagnia di canto è composta da Corinne Winters, al suo debutto sulle scene del Maggio e nel personaggio, come Nedda; Brian Jagde, anche lui al suo debutto al Teatro del Maggio, veste i panni di Canio, il capocomico della compagnia consumato dalla gelosia per Nedda. Accanto a loro Roman Burdenko – che torna al Maggio dopo le recite del Don Carlo verdiano del dicembre 2022 – è Tonio; Lorenzo Martelli e Hae Kang, entrambi formati all’Accademia del Maggio, sono rispettivamente Peppe e Silvio.
Nel mondo di Cavalleria rusticana Luciano Ganci, interpreta Turiddu e Martina Belli, che al Maggio già aveva preso parte a una produzione di Cavalleria (come Lola) nel corso della stagione autunnale del 2014 debutta nella parte di Santuzza. Lucia è interpretata da Manuela Custer, Roman Burdenko torna in scena anche in Cavalleria nella parte di Alfio e Janetka Hoşco chiude il cast lirico nella parte di Lola.
Ruggero Leoncavallo, considerato uno dei più importanti compositori della cd “giovane scuola verista”, rappresentò i Pagliacci nel 1892, due anni dopo che il trionfo di Cavalleria Rusticana aveva aperto, o almeno così sembrava, una nuova strada per la fase post verdiana del melodramma italiano. Leoncavallo, come Arrigo Boito, era autore dei propri libretti e anche per i Pagliacci poeta e musicista si identificarono nella stessa persona. Il compositore, nato nel 1857, aveva cercato la propria strada tra soggetti storici o romantici (a cui tornò, ma senza molta fortuna, dopo il successo dell’opera maggiore); il trionfo fu immediato e l’opera venne abbinata a Cavalleria in un dittico di sicura presa e grande successo.
Nell’impianto drammaturgico dei Pagliacci ,al di là dell’ispirazione “verista”, si può vedere una sorta di anticipo pirandelliano nel contrasto persona/personaggio, che emerge soprattutto nel protagonista Canio, lacerato dal contrasto tra la sua umanità ferita e la parte che è costretto a rappresentare; finché il contrasto esploderà in modo violento e drammatico proprio sulla scena. Notevole comunque anche la scena di “teatro nel teatro” presente nel secondo atto, con la frivola commedia dell’arte con le maschere a cui si sovrappone progressivamente la tragedia proprio per opera di Canio. Musicalmente parlando, sul piano vocale la “scuola verista” impiega il canto strofico ma soprattutto la declamazione, puntando a una passionalità a volte sin troppo esasperata. Non c’è dubbio che anche l’opera di Leoncavallo risenta di questa impostazione (a volte sin troppo), mentre sul piano strumentale Leoncavallo tende a un eclettismo che da Verdi arriva a Chabrier, oltre che a Wagner, ad esempio nel finale del duetto Silvio – Nedda di ascendenza (pare) addirittura tristaniana. Unna mescolanza che non ha giovato molto alla reputazione dell’opera presso la critica, tanto che il povero Leoncavallo, nonostante i tentativi di ricupero di alcune sue partiture successive ai Pagliacci, si è visto non solo inchiodato inesorabilmente a un solo titolo, ma anche messa sovente in discussione la validità artistica di quest’ultimo.
Opera prima e per certa parte della critica, con ottusa miopia, anche unica creazione artistica valida di Pietro Mascagni (per quanto non sia mancato chi abbia messo in discussione anche questa) Cavalleria Rusticana è sicuramente un titolo di grande richiamo e popolarità. Considerata, a torto o a ragione, l’opera che ha dato il via al “verismo Musicale” e alla cosiddetta “Giovane scuola”, si può dire che molto di più delle pur straordinarie opere narrative del grande Giovanni Verga ha dato un contributo decisivo alla diffusione del “verismo italiano” nel mondo, pur con quanto di aleatorio e discutibile c’è in questa come in tante altre “etichette”. Opera di grande fascino, robusta ispirazione, ricca vena melodica, pur con alcuni limiti e difetti è sicuramente uno dei grandi capolavori di fine ‘800 e un duro banco di prova per i cantanti.
Nel 1889 infatti la Casa Musicale Sonzogno, uno dei grandi editori di musica italiani, bandì un concorso per un’opera in un atto il cui vincitore avrebbe tra l’altro avuto l’onore di una rappresentazione in un grande teatro italiano. A vincere il concorso fu un giovane e sconosciuto musicista toscano, Pietro Mascagni (1863-1945) che presentò appunto un’opera dal titolo Cavalleria Rusticana, tratta dal dramma di Verga adattato da due librettisti amici del compositore. Fu un trionfo che scosse l’intero mondo musicale non solo italiano, ma addirittura europeo: Mascagni conquistò un consenso incredibile, sia tra il pubblico che tra la critica: alcuni critici videro addirittura in lui l’anti Wagner, colui che aveva trovato il modo di rilanciare la solare e mediterranea “ricetta” del melodramma italiano da contrapporre a quello tedesco.
Un po’ di attenzione alle date aiuta a capire tanto entusiasmo. Cavalleria Rusticana (il melodramma) viene rappresentata nel 1890; esattamente dieci anni prima era morto Wagner; nel 1887, era stato rappresentato l’Otello di Giuseppe Verdi; Giacomo Puccini aveva già esordito, ma per il suo primo trionfo, Manon Lescaut, bisognerà attendere il 1893. Dei due “numi tutelari” del teatro musicale europeo, uno era morto (Wagner) e comunque ancora molto contestato; l’altro, Verdi, era ormai alla fine della sua lunga parabola creativa, dove peraltro dette probabilmente il meglio di sé. Bisogna considerare che Verdi e Wagner avevano due vere e proprie “tifoserie”, che non coincidevano assolutamente con i propri paesi d’origine: c’erano accaniti wagneriani in Italia e verdiani sfegatati oltralpe. Anzi, proprio in Italia Arrigo Boito aveva cercato con il suo capolavoro Mefistofele (1868/1875) di trovare una sorta di “conciliazione” tra i due stili, anticipando per molti aspetti Mascagni e Puccini: trovare un soggetto che avesse un’alta dignità letteraria e potenziare le funzioni dell’orchestra. Il melodramma italiano infatti era basato soprattutto sul canto, e in particolar modo sul c.d. belcanto (termine, per la verità, dal significato assai ampio e diverso da periodo a periodo) a base strofica. Le opere di Wagner invece erano caratterizzate dalla “melodia infinita” ovvero da un flusso musicale continuo in cui l’orchestra era la vera protagonista e il canto, pur rimanendo importante, era però assai meno d’effetto rispetto all’opera italiana. (sintetizzo al massimo questioni assai più complesse).
Ebbene, si può dire che Mascagni trovò (non per primo, ma nella forma più efficace e popolare) la “quadratura del cerchio”; un’opera dove la parte strumentale, grazie a un’orchestrazione robusta, all’uso di motivi conduttori e caratterizzanti e a un forte senso del “colore”, avesse peso pari alla parte vocale. Il “canto verista”, caratterizzato da uno stile canoro rovente ed irrequieto, con repentine impennate verso l’acuto, ha cercato di rappresentare, nell’immediatezza, la disperazione e la gioia, i forti sentimenti, attinti dalla vita popolare e dalle passioni quotidiane. Nello stesso tempo però esso fu (ed è in parte lo è ancora) accusato di avere “rovinato” l’autentica tradizione del canto italiano, per la sua tendenza verso l’urlo.
Le locandine:
PAGLIACCI
Ruggero Leoncavallo
Dramma lirico in due atti
Editore proprietario: Casa Musicale Sonzogno di Piero Ostali, Milano
CAVALLERIA RUSTICANA
Pietro Mascagni
Melodramma in un atto di
Giovanni Targioni-Tozzetti e Guido Menasci
Dal dramma omonimo di Giovanni Verga
Maestro concertatore e direttore Riccardo Frizza
Regia Robert Carsen
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Scene Radu Boruzescu
Costumi Annemarie Woods
Coreografia Marco Berriel
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Coro di voci bianche dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino
Maestro del Coro Lorenzo Fratini
Maestra del Coro di voci bianche dell’Accademia Sara Matteucci
Allestimento della Dutch National Opera di Amsterdam
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Pagliacci
Nedda (nella commedia Colombina) Corinne Winters
Canio (nella commedia Pagliaccio) Brian Jagde
Tonio (nella commedia Taddeo) Roman Burdenko
Peppe (nella commedia Arlecchino) Lorenzo Martelli
Silvio Hae Kang
Figuranti speciali Chiara Albano, Davide Arena, Andrea Baldassarri, Chiara Casiraghi, Floria Laetitia Cecchi Aglietti, Caterina Cescotti, Maria Diletta Della Martira, Davide Giabbani, Giulia Gilera, Giampaolo Gobbi, Giulia Lapini, Federico Macchi, Luca Nava, Luca Oldani, Marlon Zighi Orbi, Andrèyna Carias Ordaz, Fabrizio Tiberi, Simone Ticci, Alessandro Tommasi, Federico Vazzola
Cavalleria Rusticana
Santuzza Martina Belli
Lola Janetka Hoşco
Turiddu Luciano Ganci
Compare Alfio Roman Burdenko
Mamma Lucia Manuela Custer
Una donna Giulia Tamarri
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Per il ciclo d’incontri “Parlando di opera” in occasione di Pagliacci di Ruggero Leoncavallo e Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni venerdì 20 febbraio alle ore 16.30, nel Foyer della Sala Grande, “Pagliacci e Cavalleria: tra vita e letteratura” a cura di Matteo Giuggioli. Si esibiranno il soprano Olena Khalina, il tenore Luca Bazzini e il baritono Ouyang Zhiming.
Violino Ladislao Petru Horvath Pianoforte Elisabetta Sepe
Musiche di Pietro Mascagni e Ruggero Leoncavallo
Gli spettacoli sono preceduti dalle guide all’ascolto tenute il 22 e 25 febbraio da Marco Cosci e il 28 febbraio e 3 marzo da Maddalena Bonechi
