Riflessioni sulla fraternità S. Pio X
Di Fiorenzo Baini
Sono indiscutibili alcuni fatti: il fascino della messa in latino, la polifonia dei suoi canti, il mistero che promana anche dal non poterla comprendere fino in fondo e non solo, in proporzione alla dimensione dei lefebvriani, il numero dei religiosi e delle religiose e degli aspiranti al sacerdozio sia, in proporzione, molto superiore al numero degli aspiranti nei seminari diocesani perciò bene fa papa Leone XIV a rivolgere loro un appello, molto più commovente rispetto al, pur necessario, diktat di Papa Woytila. Tale appello dimostra la non sottovalutazione del problema .
Personalmente sono per la messa in latino, tridentina, nelle parti invariabili della liturgia per un motivo banale e cioè che il sacro ha bisogno di mistero e il rito non può essere banalizzato; aggiungo pure che un prete deve essere riconoscibile tra la folla, non che debba indossare sempre la talare ma il clergy man e il colletto sì perciò sono sicuro che il Concilio non volesse banalizzare il rito né la figura del prete ma, di fatto, questo è stato il prodotto
Detto questo, dopo che Benedetto XVI aveva lasciato spazio alla messa in latino e che, tranne Francesco, i vari papi compreso Leone XIV, hanno lasciato spazio a possibilità di compromesso, è giustificata la disobbedienza dei lefebvriani?
Ovviamente no e per due motivi: il primo è sostanziale e sembra strano che siano i primi a dimenticarlo e cioè che, per tradizione e lo sottolineo, ogni concilio è sottoposto all’azione dello Spirito Santo, rifiutarlo significa mettersi di traverso allo Spirito Santo in nome, è bene notare, dello stesso atteggiamento che ebbe Lutero cioè che la Chiesa è in rovina e ci vuole qualcuno che la debba salvare; per certi versi l’ accusa di Lutero e dei Lefebvriani al papato è la stessa cioè il piegarsi alle esigenze del mondo
La differenza però è che, fin dall’inizio, la chiesa di Leone X sottovalutò la situazione, la definì una “questione di frati”, non provò neanche ad approfondire il problema mentre questa accusa non può essere rivolta agli ultimi papi .
Sfugge anche ai lefebvriani un concetto fondamentale e cioè che la Chiesa è unica, malgrado i suoi membri siano peccatori e possano, spesso e volentieri, sbagliare; ci possono essere state tante interpretazioni sbagliate del Concilio ma la sostanza, spirituale, non può essere contestata perché allora si potrebbe, dato il loro senso storico, far notare che, prima di Trento, l’ignoranza del clero era così diffusa che le messe erano, direi, frutto di improvvisazione , in più sanno tutti come fosse il papato dell’epoca rinascimentale ma, per fare un nome , S.Bernardino da Siena e anche lo stesso Savonarola, malgrado la scomunica, non hanno messo mai in dubbio il ruolo del papa e della Chiesa solo perché i preti di campagna non sapevano celebrare, vivevano con concubine e figli o perché i papi fossero mondani
In secondo luogo, non se ne accorgono, ma commettono l’errore classico di tutti gli eretici ovvero collegare la purezza della Chiesa ad un determinato momento storico; John Henry Newman diventò cattolico quando si accorse che tutte le eresie facevano riferimento alla fase primitiva della Chiesa che, successivamente, si sarebbe “corrotta”. Bene e i lefebvriani non fanno la stessa cosa?
L’unica differenza è che, per loro, il momento d’oro non sono le catacombe ma il XVI secolo e a questo punto non c’è differenza tra chi critica la Chiesa e si mette fuori aggrappandosi al passato o agli ultras del Concilio che si mettono fuori aggrappandosi al presente perché credo che gli uni e gli altri si dimentichino di una frase fondamentale di Gesù
SIATE NEL MONDO MA NON DEL MONDO che io traduco, credo lecitamente, SIATE NELLA STORIA MA NON DELLA STORIA
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