Quel cuore che non è arrivato.
Stamattina, poco dopo le nove, Domenico si è spento.
Un bambino che aspettava un cuore. Un cuore che non è mai arrivato come avrebbe dovuto.
È una storia che fa male raccontare, perché dentro non c’è solo il dolore di una famiglia, c’è il sospetto devastante dell’approssimazione
C’è l’idea, insopportabile, che un organo destinato a salvare una vita possa essere stato trasportato con leggerezza, con errori grossolani, con una catena di responsabilità che si è spezzata dove non avrebbe mai dovuto.
Un cuore non è un oggetto.
Un trapianto non è una pratica amministrativa.
Ogni passaggio è una promessa di vita
Quando quella promessa si rompe, non esiste risarcimento che tenga. Le responsabilità (se accertate) potranno avere un nome, un profilo, forse anche una sanzione. Ma non esiste restituzione possibile di ciò che è stato perduto. Non esiste sentenza capace di riportare indietro un figlio.
Questa vicenda impone una riflessione collettiva, che va oltre il caso specifico.
La responsabilità non è un concetto astratto, è il filo invisibile che tiene insieme la fiducia di un Paese. È ciò che distingue l’errore umano dall’approssimazione sistemica
È il contrario del “non era competenza mia”. È l’antidoto allo scaricabarile.
Quando si parla di salute, di vite, di dignità, di giustizia, l’approssimazione non è una leggerezza, è una colpa morale prima ancora che giuridica. E deve essere stigmatizzata in ogni settore, senza sconti.
Ma dentro questa tragedia c’è una luce che non possiamo ignorare: la madre di Domenico
Una donna che, nel momento più lacerante della sua vita, ha scelto la compostezza. Ha scelto la dignità. Ha scelto di non urlare, ma di costruire. Ha annunciato la volontà di dar vita a una fondazione nel nome del figlio, perché la sua memoria non si disperda e perché ciò che è accaduto non accada più.
È un gesto che supera il dolore personale e diventa esempio civile
È la dimostrazione che la forza non è rabbia, ma responsabilità trasformata in impegno.
L’Italia, oggi, si è stretta attorno a questa madre.
Non per pietà, ma per rispetto. Perché nella sua eleganza, nella sua fermezza, nella sua scelta di trasformare il lutto in progetto, ha dato a tutti una lezione di civiltà.
Domenico non è solo un nome in una notizia.
È il simbolo di quanto sia fragile il confine tra speranza e perdita.
Ed è un monito severo: quando maneggiamo vite, non possiamo permetterci l’ombra dell’approssimazione
Alla sua mamma va un abbraccio che non è retorica.
È vicinanza nel dolore, ma anche affetto sincero e gratitudine per aver ricordato a tutti noi cosa significa essere responsabili. Sempre.
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