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Home Economia

Quando il modello socialista svedese mandò in crisi la Svezia

di Simone Margheri
15 Febbraio 2026
In Economia
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SVEZIA
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Quando il modello socialista svedese mandò in crisi la Svezia.

La lezione di un’economia salvata dal mercato.

Per anni la Svezia è stata citata come la prova che un’economia fortemente redistributiva potesse garantire prosperità, uguaglianza e crescita senza tensioni strutturali. Nell’immaginario collettivo internazionale, il modello svedese è diventato sinonimo di “socialismo che funziona”.

Ma la storia economica del Paese racconta una vicenda molto più complessa, fatta di espansione della spesa pubblica, squilibri macroeconomici, crisi profonda e infine riforme radicali che hanno riportato il sistema su basi più orientate al mercato.

Tra gli anni Sessanta e Ottanta la Svezia ampliò progressivamente il perimetro dello Stato

La pressione fiscale salì fino a livelli tra i più alti al mondo, la spesa pubblica superò il 60 per cento del PIL all’inizio degli anni Novanta e il welfare divenne estremamente generoso.

Il settore pubblico si espanse in modo significativo, così come l’intervento regolatorio nell’economia. In quegli anni si arrivò perfino a discutere meccanismi che avrebbero trasferito quote crescenti di proprietà delle imprese ai lavoratori tramite fondi controllati sindacalmente.

Il problema non fu l’esistenza di un’economia di mercato – che non venne mai abolita – ma l’accumulo progressivo di rigidità e squilibri.

La crescita della produttività rallentò rispetto ad altri Paesi avanzati, il costo del lavoro aumentò, la competitività internazionale si indebolì

Il sistema fiscale divenne estremamente gravoso, con aliquote marginali che in casi particolari superarono il 100 per cento sugli incrementi di reddito, come denunciò pubblicamente la scrittrice Astrid Lindgren nel 1976.

Gli anni Ottanta aggiunsero un altro elemento destabilizzante: la deregolamentazione finanziaria, combinata con un sistema fiscale distorsivo, alimentò una bolla immobiliare e creditizia

Quando all’inizio degli anni Novanta la bolla esplose, la Svezia entrò in una delle crisi più gravi della sua storia contemporanea. Il sistema bancario vacillò, il deficit pubblico esplose, il debito salì rapidamente. Nel 1992 la banca centrale portò temporaneamente i tassi di interesse al 500 per cento per difendere la corona svedese in piena crisi valutaria.

Quella stagione segnò la fine di un’illusione: il modello di spesa pubblica in costante espansione non era sostenibile

La situazione ricordava, per alcuni aspetti, le difficoltà affrontate da Paesi con finanze pubbliche fuori controllo, dove la crescita della spesa aveva superato la capacità strutturale dell’economia di sostenerla.

LoLa risposta fu netta

A partire dai primi anni Novanta la Svezia avviò una delle più profonde ristrutturazioni macroeconomiche nel mondo occidentale. Furono introdotti tetti alla spesa pubblica e regole di bilancio orientate al surplus nel medio periodo. Il consolidamento fiscale fu severo e in larga parte basato su tagli alla spesa.

La banca centrale acquisì maggiore indipendenza e venne adottato un regime di inflazione obiettivo

Il sistema pensionistico fu trasformato in senso contributivo, legando maggiormente le prestazioni ai contributi versati e alla dinamica demografica. L’imposta sulle società venne drasticamente ridotta rispetto ai livelli precedenti, rendendo il Paese più attrattivo per investimenti e imprese. Furono avviate privatizzazioni e liberalizzazioni in diversi settori.

Nel campo dell’istruzione venne introdotto un sistema di voucher che consentiva alle famiglie di scegliere tra scuole pubbliche e private finanziate con fondi pubblici

Il welfare non fu smantellato, ma reso più compatibile con la disciplina fiscale e con un’economia aperta e competitiva. Nel giro di pochi anni i conti pubblici furono risanati, il debito stabilizzato e poi ridotto, la crescita tornò su basi più solide.

La Svezia rimase un Paese ad alta tassazione complessiva, ma con un sistema economico molto più orientato al mercato rispetto agli anni della massima espansione statale.

Il confronto con la Norvegia aiuta a chiarire ulteriormente il quadro

Anche la Norvegia è una democrazia con ampio welfare e alta pressione fiscale, ma la sua traiettoria è stata profondamente influenzata dalla scoperta del petrolio nel Mare del Nord alla fine degli anni Sessanta.

Le entrate derivanti dagli idrocarburi hanno garantito al Paese una rendita straordinaria

La scelta cruciale non fu tanto “meno Stato” o “più Stato”, quanto la gestione prudente di quella rendita. Nel 1990 venne istituito il Government Pension Fund Global, il fondo sovrano che investe all’estero i proventi petroliferi. Una regola fiscale limita l’uso annuale dei rendimenti, evitando che la ricchezza energetica si trasformi in spesa pubblica incontrollata e instabilità macroeconomica.

La Norvegia ha mantenuto un sistema liberaldemocratico, un’economia di mercato aperta e istituzioni solide

La presenza dello Stato nel settore energetico non si è tradotta in pianificazione centralizzata dell’intera economia. Il risultato è un Paese con finanze pubbliche solide, basso debito e un elevato livello di reddito pro capite.

La gestione disciplinata delle risorse naturali ha evitato quelle derive che in altri contesti, come nel Venezuela di Nicolás Maduro, hanno trasformato la ricchezza petrolifera in crisi economica e istituzionale.

La lezione comparativa è meno ideologica e più strutturale di quanto spesso si racconti

La Svezia non è stata un paradiso socialista immune dalle leggi dell’economia: quando la spesa pubblica e la pressione fiscale hanno superato certi limiti, il sistema ha mostrato fragilità profonde. È uscita dalla crisi attraverso riforme che hanno rafforzato la disciplina fiscale, incentivato il mercato e ridotto le distorsioni.

La Norvegia ha potuto sostenere un ampio welfare grazie a una rendita energetica eccezionale, ma lo ha fatto dentro un quadro di economia di mercato e regole di bilancio rigorose

In entrambi i casi, la prosperità non è derivata dall’abolizione del mercato, bensì dalla sua integrazione con istituzioni solide, responsabilità fiscale e apertura internazionale. Le etichette ideologiche contano meno della qualità delle politiche economiche e della capacità di correggere gli errori quando il sistema mostra i suoi limiti.

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Tags: ECONOMIAIN EVIDENZASOCIALISMOSocialistaSVEZIA
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