PERCHÉ GLI IRANIANI VOGLIONO LO SHAH?
di Nilufar Amir Djafari Rezaieh
Tra crisi economica, repressione religiosa e memoria dell’Impero persiano, Reza Pahlavi è diventato per una parte dell’opposizione il simbolo di una possibile alternativa alla Repubblica islamica. Ma il consenso verso il figlio dell’ultimo Shah non coincide necessariamente con la volontà di restaurare la monarchia.
In Iran, durante le proteste contro la Repubblica Islamica, una parte dei manifestanti inneggia allo Shah o a suo figlio Reza Pahlavi. Per molti rappresenta una possibilità di rottura con l’attuale sistema teocratico, percepito come repressivo, autoritario e responsabile di gravi violazioni dei diritti umani.
Circa tre quarti della popolazione è nata dopo la Rivoluzione Islamica (iniziata nel 1978 ed avvenuta nel febbraio del 1979) e non ha vissuto il regime monarchico dei Pahlavi. I più giovani tendono a pensare quel passato come un’epoca di maggior apertura e prosperità in contrapposizione alle difficoltà odierne.
Crisi economica e alternativa politica
La crisi economica contribuisce ad alimentare il malcontento. La svalutazione del rial, l’inflazione, le sanzioni internazionali e la perdita del potere d’acquisto rendono sempre più difficile la vita quotidiana di molti iraniani. Il divario tra il cambio ufficiale e quello del mercato libero è inoltre un indicatore delle distorsioni del sistema economico. Oggi per un euro sono necessari circa 2.964.000 rial iraniani (IRR) sul mercato libero.
In un Paese nel quale il dissenso politico è duramente represso, il nome dei Pahlavi può così trasformarsi in un riferimento riconoscibile per chi cerca un’alternativa al potere degli ayatollah, ovvero viene visto come unico collante e punto di riferimento storico in grado di guidare una transizione verso uno stato laico e democratico.
Reza Pahlavi: il simbolo di una possibile transizione
15 ottobre 2026
Il principe ereditario Reza Pahlavi, in esilio da decenni negli Stati Uniti d’America, sostiene di non avere mire monarchiche personali, ma di proporsi come figura di transizione per traghettare il Paese verso un voto referendario libero e una nuova costituzione democratica. È la figura che può unire l’opposizione contro gli ayatollah. Resta, tuttavia, una questione aperta: essere un simbolo riconoscibile non significa automaticamente possedere il consenso della maggioranza. L’opposizione iraniana è eterogenea e non esistono condizioni politiche libere che consentono di misurarne con certezza gli orientamenti.
Per molti la monarchia potrebbe rievocare il passato glorioso dell’impero persiano degli Achemenidi di Ciro il Grande, ma per una parte degli iraniani, soprattutto gli esuli, Reza Pahlavi rappresenta la rottura più netta con la teocrazia, quella teocrazia che porta ogni giorno al patibolo senza un processo giovani vite. Dal primo gennaio al 10 ottobre del 2026 in Iran sono state registrate almeno 617 esecuzioni capitali tramite l’impiccagione, alcuni erano minorenni, mentre nel 2025 sono state accertate almeno 1639 esecuzioni.
La libertà prima della forma dello Stato
Il problema non riguarda soltanto i diritti delle donne, ma anche la libertà di espressione, di associazione, di stampa e di partecipazione politica. Riguarda il diritto di scegliere come vestirsi, quale stile di vita adottare e quali idee professare senza temere arresti, violenze o persecuzioni. La repressione e il ricorso alla pena di morte rappresentano uno degli aspetti più gravi del sistema iraniano.
Chi vive sotto il controllo oppressivo della polizia morale non sta discutendo di teoria costituzionale, bensì sta cercando un varco, una rottura, una via d’uscita da un sistema percepito come fanatico, repressivo e sanguinario. In questo contesto, Reza Pahlavi viene percepito come una possibilità di unità nazionale, come un ombrello politico capace di tenere insieme sensibilità diverse nella battaglia per la libertà e i diritti, non solo per le donne, ma per i diritti umani e sociali.
Il punto non è la nostalgia o il ripristino del passato, ma cancellare un presente vissuto come una prigione. La parola chiave diventa la rottura con la polizia morale, con la violenza dei Pasdaran e con l’idea stessa che la vita privata e sociale debba essere governata dall’apparato teocratico.
L’identità iraniana e la memoria imperiale
15 ottobre 2026
Per comprendere il richiamo della monarchia occorre considerare anche la dimensione nazionale e identitaria dell’Iran. Il Paese possiede una storia millenaria, una lingua e una tradizione letteraria di straordinaria ricchezza. La memoria dell’antica Persia continua a rappresentare, per molti iraniani, una componente importante della propria identità. L’Impero achemenide, fondato da Ciro il Grande nel VI secolo a.C., è diventato uno dei riferimenti storici più significativi. La sua evocazione richiama l’idea di una civiltà antica, dotata di una propria tradizione politica e culturale, che non può essere ridotta alla sola dimensione religiosa.
Un’opera fondamentale di questa memoria è lo Shahnameh (il Libro dei re), composto dal poeta persiano Ferdowsi tra la fine del X e l’inizio dell’XI secolo. Il poema ripercorre le vicende mitiche e storiche dei sovrani persiani e ha contribuito in modo decisivo alla conservazione della lingua e dell’identità culturale iraniana. Il legame con questo passato non implica necessariamente il desiderio di restaurare una monarchia, ma significa piuttosto che una parte della popolazione può riconoscersi in un’identità nazionale più ampia e precedente alla Repubblica islamica.
La modernizzazione dello Shah e le ombre del passato
15 ottobre 2026
Il regno di Mohammad Reza Pahlavi fu caratterizzato da una rapida modernizzazione, da investimenti nelle infrastrutture e nell’istruzione e da importanti trasformazioni sociali. Le riforme avviate con la cosiddetta Rivoluzione bianca negli anni Sessanta cercarono di trasformare il Paese, ridimensionando alcuni poteri tradizionali e promuovendo l’istruzione e una maggiore partecipazione femminile alla vita pubblica.
Questi cambiamenti furono tuttavia accompagnati da forti contraddizioni: la ricchezza petrolifera non fu distribuita in modo uniforme, le disuguaglianze alimentarono il malcontento e il sistema politico rimase autoritario. La repressione degli oppositori e l’assenza di un effettivo pluralismo indebolirono progressivamente la legittimità della monarchia.
La religiosità del popolo iraniano non coincide con il progetto politico della teocrazia. La storia persiana è complessa e l’islamizzazione non nacque come scelta spontanea interna, ma come conseguenza dell’invasione araba e delle conquiste militari avvenute nel periodo dei califfi a partire dal 650 d.C. La religione non giustifica la dittatura clericale o l’apparato di controllo (polizia, tribunali, censura, repressione sociale).
Il rapporto con l’Occidente e gli eventi del 1979
15 ottobre 2026
Il rapporto con l’Occidente è segnato da una lunga storia di interferenze straniere. La nazionalizzazione dell’industria petrolifera del 1951 (promossa dal governo di Mohammad Mossadegh) e il colpo di Stato del 1953 contribuirono a radicare una profonda diffidenza nei confronti delle potenze occidentali. Enrico Mattei, presidente dell’ENI, fu tra le figure europee a sostenere una maggiore autonomia dei Paesi produttori.
Nell’agosto 1978, pochi mesi prima del crollo, un rapporto della CIA sosteneva che l’Iran non fosse in una situazione rivoluzionaria. Gli analisti sottovalutarono la forza dell’Islam politico e la rete organizzata delle moschee, non comprendendo la portata del movimento guidato dall’ayatollah Khomeini (ospitato in Francia dal 1978 per essere monitorato).
Nel gennaio del 1979, durante la conferenza di Guadalupa, i leader di USA, Regno Unito, Germania Ovest e Francia decisero le sorti della monarchia. Il 16 gennaio 1979 lo Shah Mohammad Reza Pahlavi e l’imperatrice Farah Diba lasciarono definitivamente l’Iran per evitare un immane bagno di sangue. L’11 febbraio 1979, dopo la dichiarazione di neutralità delle forze armate, l’ordine monarchico collassò definitivamente.
Conclusioni: non la nostalgia, ma il desiderio di libertà
15 ottobre 2026
Perché dunque una parte degli iraniani vuole lo Shah? La risposta non risiede soltanto nella nostalgia per l’Impero persiano o nel carisma della dinastia, ma nella crisi di legittimità della Repubblica islamica e nella ricerca di un simbolo di unità per un’opposizione divisa.
La vera questione non è necessariamente restaurare il passato, ma superare un presente che molti cittadini considerano una prigione insostenibile. La domanda fondamentale per il futuro dell’Iran rimane una sola: può il Paese diventare una nazione in cui il potere non sia imposto dalla religione, le istituzioni rispondano ai cittadini e i diritti individuali siano finalmente garantiti?
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