Oltre il tabù Murgia. Se la critica diventa un’eresia innominabile ​

Oltre il tabù Murgia. Se la critica diventa un’eresia innominabile

​Il recente polverone sollevato sul pullmino del Premio Strega attorno alle parole di Michele Mari su Michela Murgia ci costringe a riflettere su un tic culturale ormai insopportabile: l’intoccabilità di certe icone della vulgata corrente. Sia chiaro, dell’aspetto fisico di Michela Murgia non mi è mai importato nulla, e le uscite in merito restano scivoloni di stile.

Ma il nucleo del discorso è un altro: Murgia era una persona oggettivamente divorata dalla rabbia

​Non si tratta di negarle il talento o le qualità intellettuali. Ne aveva, e lo dimostrò persino nelle sue prime fasi da indipendentista sarda, prima di compiere una parabola politica che l’ha portata ad allinearsi perfettamente al politicamente corretto. Il punto è che quel talento è stato troppo spesso accecato da una furia cieca, da parole di odio e divisione.

Che questa rabbia scaturisse da un difficile vissuto personale o da una sete di riscatto sociale, poco importa: nulla può giustificare un’aggressività così sistematica

​Murgia non era una persona buona ; in lei la bontà d’animo passava in secondo piano rispetto alla militanza rancorosa Ed è un peccato, perché un talento simile avrebbe potuto edificare anziché dividere.

Oggi, con buona pace di chi non c’è più — al quale si deve sempre il massimo rispetto umano —, non si può accettare che la critica sia bandita.

​Chiedere l’esclusione di Mari dal Premio Strega per un’opinione espressa privatamente è il sintomo di un mondo pazzo, dove si può dissacrare tutto tranne chi naviga nella scia del conformismo progressista

In democrazia le opinioni sono sempre lecite e anche Michela Murgia, con la sua complessità e le sue durezze, può e deve essere criticata. Altrimenti non parliamo di cultura, ma di pura e semplice censura di regime.

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