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Nuovo decreto sicurezza “anti maranza”: bene ma non benissimo

di Simone Margheri
18 Gennaio 2026
In Politica
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PIACENZA
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Nuovo decreto sicurezza “anti maranza”: bene ma non benissimo.

Ancora troppo prudente per noi.

Il nuovo decreto sicurezza voluto dal ministro Piantedosi introduce uno dei punti più discussi dell’intero pacchetto: il cosiddetto “scudo penale”, una tutela processuale che mira a evitare l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per appartenenti alle forze dell’ordine e cittadini che abbiano agito in presenza di evidenti cause di giustificazione, come la legittima difesa, l’adempimento del dovere o l’uso legittimo delle armi.

Ed è quest’ultimo passaggio a nostro avviso il punto che rischia di vanificare l’idea di scudo, perché purtroppo ci sarà e continuerà ad esserci la tentazione dell’atto dovuto da parte di qualche magistrato che con il pretesto di voler tutelare il carabiniere o poliziotto indagherà sulla fattispecie di ” eccesso di legittima difesa”, norna questa che può avere una ragion d’essere per chi si difende da una colluttazione, o in una rissa ma non può a nostro avviso essere mai e in nessun caso applicata alla vittima di un reato premeditato che per sua natura proprio a causa della preneditazione può portare ad una reazione non prevedibile psicologicamente da parte della una vittima del reato premeditato e o anche da parte dell’agente chiamato ad intervenire in difesa della sicurezza pubblica che non può essere preparato preventivamente e del quale non si tiene mai conto dell’aspetto psicologico come se i nostri poliziotti o carabinieri fossero dei robot.

Il decreto sicurezza sembra essere una misura che, nelle intenzioni del governo, da sola dovrebbe ridurre l’impatto immediato di procedimenti giudiziari su chi interviene per proteggere sé stesso o altri

Altra critica costruttiva, che muoviamo in fase di stesura del testo è il fatto che a quanto ci è dato sapere nella attuale stesura il decreto si ferma a metà strada.

Ci spieghiamo meglio, lo scudo previsto è esclusivamente penale e processuale, ma non affronta uno dei nodi più controversi e simbolicamente più forti: la responsabilità civile e i risarcimenti riconosciuti a chi, pur avendo commesso un reato, o ai suoi familiari, ottiene indennizzi per lesioni o morte avvenute durante l’azione criminale

Il caso del brigadiere condannato a versare una provvisionale di 125.000 euro ai familiari di una persona rimasta uccisa durante un intervento è solo l’esempio più noto di una lunga serie di vicende che hanno alimentato indignazione e un senso diffuso di ingiustizia.

Non è un episodio isolato

In passato, familiari di ladri o rapinatori uccisi durante furti in abitazione, inseguimenti o colluttazioni si sono visti riconoscere risarcimenti milionari, nonostante l’evento lesivo fosse direttamente collegato a un’azione criminale violenta e comunque premeditata ed è questo il paradosso legale o anomalia procedurale a nostro modo di vedere, perché le vittime del reato criminoso non sono e non possono mai essere ladri o aggressori anche quando oer loro sfortuna hanno la peggio, la vera vittima rimarrà sempre l’ aggredito o l’agente che si è visto costretto magari a ferire o peggio uccidere, perché è bene rammentare ai giudici che nessun agente o cittadino vittima di reato ha pulsioni omicide innate e dall’evento sicuramente non ne uscirà psicologicamente indenne, e lo Stato che fa in questi casi?

Oltre il danno la beffa ti costringe anche a risarcire economicamente il delinquente o i familiari come si trattasse di una vittima sul luogo di lavoro.
Infatti, per quanto ci è dato sapere nella attuale stesura del decreto sicurezza non esiste alcuno scudo legale sul piano civile che impedisca all’autore del reato, o ai suoi eredi, di chiedere risarcimenti allo Stato, agli operatori di polizia o ai cittadini che hanno reagito per difendersi

Una lacuna che rischia di non soddisfare a pieno le richieste dei sindacati di polizia e dei carabinieri che denunciano da anni e che continua a pesare come un macigno sulla serenità operativa di chi indossa una divisa o si trova costretto a difendersi in casa propria.

Comprendiamo però la prudenza del vaglio del decreto legge della Corte costituzionale, ma se non in questo testo forse varrebbe la pena prevedere uno ad hoc che tecnicamente, possa prevedere l’introduzione di una norma più incisiva

Basterebbe un decreto legge specifico che stabilisca una volta per tutte il principio secondo cui chi pone in essere un’azione penalmente rilevante non può, né direttamente né per interposta persona o tramite i propri eredi, avanzare pretese risarcitorie per le conseguenze dannose derivanti dal proprio operato criminoso.

Allo stesso tempo, sarebbe opportuno anche riconoscere alla vittima dell’atto criminoso – sia essa un appartenente alle forze dell’ordine o un cittadino – la possibilità di chiedere un risarcimento lui per i danni subiti, anche di natura psicologica, causati dalla condotta del reo

Sarebbe un cambio di paradigma netto. Un segnale chiaro, non solo simbolico, per ristabilire una gerarchia di valori che oggi appare rovesciata. Perché continuare a riconoscere tutele risarcitorie a chi stava commettendo un furto, una rapina, una violenza o un traffico di droga significa alimentare l’idea che lo Stato protegga più l’aggressore che l’aggredito.

Il decreto sicurezza “anti maranza” prova a rispondere a una domanda di ordine e tutela, ma resta prigioniero di un eccesso di prudenza costituzzionale che non trova giustificazione nel sentire quotidiano dei cittadini ormai preoccupati del degrado e insicurezz a delle nostre città

Per i comuni cittadini le attività di ladro, rapinatore, stupratore o spacciatore non sono professioni, non sono lavori e non possono essere elevate a condizioni meritevoli della stessa protezione giuridica riconosciuta a chi lavora, serve lo Stato o semplicemente cerca di difendere la propria vita e quella dei propri cari.

Chi sceglie di delinquere, anche quando rimane vittima delle conseguenze del proprio gesto, è comunque l’autore di un danno, quantomeno psicologico, verso chi ha subito il furto, la rapina o l’aggressione

Questa riforma poteva essere l’occasione per mandare un segnale preciso a una parte della magistratura e a una parte della politica che, da decenni, hanno di fatto contribuito a trasformare la Repubblica italiana dei lavoratori in una Repubblica che tutela gli aggressori e finisce per sanzionare le vittime.

L’occasione non è del tutto persa, ma sinceramente il tempo delle mezze misure viste le cronache quotidiane sembra ormai scaduto purtroppo.

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Tags: CRIMINALITAGOVERNO MELONIMaranzaPRIMO PIANOSICUREZZA
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