Nuova luce sul medioevo fiorentino: Domenico Savini ritrova il testamento di Corso Donati

Le ultime volontà del Gran Barone, scoperte nell'Archivio di Stato dal celebre studioso, verrano presentate mercoledì 11 in un incontro a Palazzo Vecchio

Immagine da Pixabay free download; si ringrazia lostangelino

Domenico Savini colpisce ancora: il celebre storico e genealogista, vero e proprio “segugio” per quanto riguarda documenti ancora sconosciuti di quel grande “deposito di storia” che è l’Archivio di stato di Firenze. E così, dopo le scoperte su Bice Portinari, quasi sicuramente la Beatrice Dantesca e una lettera del tutto sconosciuta di Luigi XVI al granduca di Toscana nel momento tempestoso della rivoluzione francese, Savini getta ora ulteriore luce su un protagonista della storia fiorentina tra la fine del XIII e l’inizio del XIV secolo: Corso Donati, capo dei guelfi neri, il “gran barone”. Lo studioso ha infatti ritrovato il suo testamento

È datato 19 aprile 1305, quindi poco più di tre anni prima della sua morte violenta avvenuta il sei ottobre del 1308. Il gran barone si sentiva in pericolo di vita – aveva già avuto alcuni attentati – e chiede perdono dei suoi peccati, a quanto si sa alquanto numerosi e terribili: “ La frase più chiarificatrice è proprio quella, iniuste retenta restituit, in cui si capisce come lui stesso considerasse ingiusto tutto quello che aveva fatto ai danni delle mogli e delle sorelle, inoltre ci dice che tutto quello non destinato alla vedova e ai figli, deve essere devoluto a opere di carità, costruzione di altari nelle chiese, sempre a scopo di redenzione della propria anima” , dichiara Savini. Il testamento è stato redatto dal notaio Ser Giovanni di Borgo San Lorenzo in Mugello, di cui non sono conservati protocolli in Archivio di Stato a Firenze. Il documento è una trascrizione del testamento originale, forse tardo cinquecentesca, conservato nel fascicolo Donati nelle Carte Dei.

Il documento – e quanto da questo emerso – verrà presentato in un incontro MERCOLEDì 11 marzo alle ore 16.30 nella sala Firenze Capitale di PALAZZO VECCHIO; l’Arciconfraternita della Parte Guelfa ha dato la sua piena adesione e il suo patrocinio, considerando la rilevanza storica del personaggio e il suo significato nella storia del guelfismo fiorentino.  Parleranno il Dott. Domenico SAVINI che illustrerà la sua scoperta e parlerà dei legami familiari e “dinastici” del Barone; il dott. Samuele MASI, storico e araldista, sul tema “Lo stemma dei Donati e lo stemma di Pistoia”; il prof. Domenico DEL NERO, giornalista e saggista, membro della Parte Guelfa, tratterà della figura politica di Corso e dei suoi rapporti con Dante.  L’incontro è aperto al pubblico.

Corso Donati (Firenze 120 circa) è senza dubbio un personaggio divisivo e non precisamente “limpido”. Ciò non toglie che sia stato per un quarto di secolo circa un protagonista assoluto della storia fiorentina. Già nel 1278 compare con il titolo di Dominus quale membro di un consiglio del comune, il che fa pensare che debba essere stato ordinato cavaliere abbastanza presto. Il suo cursus honorum lo vede spesso podestà o capitano del popolo in varie città guelfe del nord Italia: Nel 1283 podestà a Bologna, e ivi Capitano del Popolo due anni dopo; podestà a Padova nel 1287, Capitano a Pistoia nel 1289.  Ma quando si trovava a Firenze si caratterizzò spesso per la sua violenza e arroganza, sia sul piano pubblico privato: ne saprà qualcosa la dolce sorella Piccarda, costretta suo malgrado ad abbandonare il monastero per sposare Rossellino della Tosa, un matrimonio di puro interesse politica. Per una beffarda ironia della storia, Rossellino sarà uno dei mandanti dell’omicidio di Corso nel 1308.

Il suo “mito” di cavaliere tanto valoroso quanto arrogante decollerà con la battaglia di Campaldino: Corso era comandante della cavalleria alleata lucchese e pistoiese, in quanto Capitano del Popolo di Pistoia. Avrebbe dovuto rimanere fermo in attesa di ordini, ma vedendo che le sorti della battaglia si facevano sfavorevoli ai fiorentini e si rischiava una seconda Montaperti, decise rischiando una condanna a morte di trasgredire gli ordini e di attaccare, rovesciando del tutto l’esito dello scontro. Questo ovviamente gli garantì l’impunità.

In seguito però fu uno dei principali responsabili della divisione e della lotta feroce tra Bianchi e Neri, diventando uno dei capi di quest’ultimi. Nel 1300 fu condannato a morte in contumacia e ad avere distrutte le sue case. Ma divenuto strumento delle mire di Bonifacio VIII sulla Toscana, rientrò in Firenze nel novembre 1301 e si prese le sue vendette quando la parte Bianca (la “parte selvaggia” come la chiamò Dante) fu totalmente rovesciata a mandata in esilio; nel gennaio del 1302, come è noto, anche il Sommo Poeta fu colpito da quella pena e non rientrò mai più in Firenze. Da allora fino al 1304 fu il vero dominus di Firenze, ma non senza vivaci contrasti con i suoi stessi sodali e le sue fortune finirono col tramontare sino al tragico epilogo: il 6 ottobre del 1308 è dichiarato traditore e si dà alla fuga; raggiunto dagli armigeri catalani al servizio del Comune, viene ucciso presso il convento vallombrosiano di San Salvi, appena fuori delle mura. Dante allude indirettamente alla sua fine in Purgatorio XXIV vv. 82-87; è lo stesso Forese Donati, fratello di Corso e amico del poeta, a citare in una profezia post eventu una leggenda popolare sulla fine del Gran Barone; egli sarebbe stato trascinato a coda di cavallo fino all’inferno: La bestia ad ogne passo va più ratto, / crescendo sempre, fin ch’ella il percuote, / e lascia il corpo vilmente disfatto.

 

 

 

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