Modena e il coraggio che manca: se non è terrorismo questo, allora cos’è?

Modena e il coraggio che manca: se non è terrorismo questo, allora cos’è?

A Modena, un immigrato c.d. “di seconda generazione”, Salim El Kudri è salito in auto, e, accelerando verso i passanti, ha travolto diverse persone nel centro cittadino, provocando danni e lesioni gravissime.

I fatti sono dunque chiari e sono persino documentati da incontestabili riprese video

Sulle implicazioni e sulle potenziali matrici di questo gesto invece c’è un’area di incertezza in parte fisiologica (perché le indagini sono in corso) in parte sospetta (basti pensare all’immediato oscuramento dei profili social dell’autore del gesto). Informazione e politica stanno discutendo da giorni, ovviamente fornendo letture assai diverse delle motivazioni che potrebbero stare dietro il folle gesto e delle sue implicazioni.

D’altra parte, che non fosse un incidente o una fatalità è stato sin da subito evidente

Ma quello che sta emergendo in queste ore è che non è stato nemmeno un raptus improvviso o come conseguenza di una patologia mentale, come subito i progressisti si sono immediatamente affrettati a affermare, accusando di razzismo chiunque osasse sostenere il contrario. Quel che invece risulta sempre più evidente è che si sia trattato di una azione lucida, volontaria e finalizzata a colpire il maggior numero possibile di persone.

Questo non lo dice un pericoloso estremista di destra, ma lo fa capire il GIP che ha convalidato il fermo del criminale

D’altra parte, se questo è vero, in italiano (e pure nel diritto penale) c’è un nome per identificare questo tipo di condotta: terrorismo. Si può discutere se la matrice sia islamica o meno, ma non si può dubitare che le modalità della condotta sia conforme alle finalità degli atti di terrorismo. Il Gip, nell’ordinanza, evidenzia che l’obiettivo era colpire più persone possibile.

Un elemento devastante, che descrive non un gesto impulsivo, ma una precisa volontà offensiva rivolta contro una pluralità indiscriminata di vittime

Quindi, appunto, atto terroristico con finalità di spargere paura, panico, , appunto terrore e danni.
E allora la domanda è inevitabile: cosa deve ancora accadere perché si abbia il coraggio di pronunciare la parola “terrorismo”?
Certo, si tratta di forme di terrorismo “fai da te” che non necessitano di inquadramenti in organizzazioni particolari o in strutture internazionali. Sono i c.d. lupi solitari che agiscono per fare più male possibile indipendentemente da una forma organizzativa di qualsivoglia specie.

Eppure sempre terrorismo è!

Eppure, nel caso di specie, la Procura sceglie di non contestare l’aggravante di terrorismo e addirittura neppure quella della premeditazione. Una decisione che sta facendo discutere e che apre interrogativi enormi non solo sul piano giudiziario, ma anche su quello culturale e politico.

Perché qui non siamo davanti a una semplice aggressione

Qui siamo davanti a un soggetto che utilizza un’automobile come arma contro civili inermi in un luogo affollato. Non sfuggirà che la dinamica ricalca gli attentati che negli ultimi dieci anni hanno insanguinato l’Europa: Nizza, Berlino, Londra, Barcellona. Possibile che il collegamento non ponga degli interrogativi?

Attacchi compiuti spesso con mezzi comuni trasformati deliberatamente in strumenti di morte

E qui emerge l’altro punto chiave della vicenda: la premeditazione.
Per la Procura non vi sarebbero, almeno allo stato attuale, elementi sufficienti per contestarla. Ma la stessa dinamica dei fatti e persino quanto argomentato dal GIP fa capire (e ci vuole tanto!?) che prendere un’auto, dirigersi verso una zona frequentata, accelerare contro i passanti e perseverare nell’azione anche dopo il primo impatto sia tutto fuorché un gesto estemporaneo.

Non una reazione emotiva improvvisa ma una sequenza di azioni coerenti, orientate verso un fine preciso: fare male, terrorizzare, colpire indiscriminatamente

E allora perché non riconoscere i fatti per come sono? Forse perché non si vuole entrare entrare in collisione con certe narrazioni ideologiche.

Negli ultimi anni l’Europa ha sviluppato una sorta di prudenza semantica patologica che investe tanto il mainstream quanto parti importanti della magistratura

Le parole vengono pesate non in base alla realtà dei fatti, ma alle conseguenze politiche e mediatiche (più che giuridiche) che potrebbero produrre. Così si preferiscono formule neutre: “disagio”, “fragilità”, “isolamento sociale”, “gesto individuale”. Tutto pur di evitare definizioni nette.

Ma la verità in questo caso, appare palese: sono certamente ancora sconosciute le motivazioni, ma l’uomo sapeva ciò che stava facendo

E allora se è così, l’aggravante di terrorismo e della premeditazione dovevano essere contestati. E se – come ha detto il GIP – non ci sono prove per cui i fatti siano conseguenza del disturbo mentale a suo tempo accertato, perché non possono rivestire una loro dignità eziologica le motivazioni che insistono sulla difficoltà di integrazione del soggetto immigrato?

il contesto nel quale Salim El Kudri si trovava a vivere è tutt’altro che occidentale e la cittadinanza formale non è requisito sufficiente a eludere il problema

Di religione islamica, proveniente da una famiglia islamica, immigrato di seconda generazione. Insomma, tutti elementi che dovrebbero indurre a una riflessione approfondita circa il fallimento delle strategie di integrazione sostanziale di queste persone.

Se la realtà europea ci parla di periferie turbolente, a volte dei veri e propri autoghetti dove vigono leggi diverse da quelle dello Stato e dove non è possibile accedere, la narrazione mainstream preferisce (e in questo caso ha preferito) delle scorciatoie giustificazioniste, buoniste e allergiche alla complessità.
Il punto è proprio questo: in Italia e non solo esiste da tempo una gigantesca rimozione culturale sul tema della sicurezza e dei suoi collegamenti con l’immigrazione incontrollata e non integrata.

Vediamo città sempre più insicure

Vediamo episodi che fino a pochi anni fa sembravano impensabili in Italia. Vediamo un clima di paura crescente nei luoghi pubblici. E soprattutto vedono istituzioni spesso incapaci perfino di nominare chiaramente ciò che accade. Ma chi denuncia tutto ciò passa per fascista!

Eppure se non si comprende questo humus, non si comprende quel che è avvenuto a Modena e si riduce quel fatto a mera cronaca.

Serve coraggio di scelte nette e analisi politicamente scorrette, perché la neutralità o peggio la contiguità woke, davanti a certi fatti, rischia di diventare complicità culturale

E torna la domanda più inquietante resta proprio questa: se un’auto lanciata deliberatamente contro la folla non basta a far scattare l’ombra del terrorismo, allora cosa dovrebbe accadere perché qualcuno trovi finalmente il coraggio di chiamare le cose con il loro nome?

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