MASHA E ORIANA UNITE DALL’ODIO DALL’OPPRESSIONE DI UN ” CENCIO MEDIEVALE “

MASHA E ORIANA UNITE DALL’ODIO DALL’OPPRESSIONE DI UN ” CENCIO MEDIEVALE ”

Il cencio e il velo: Fallaci e Mahsa, l’avvertimento che l’Occidente non ha voluto ascoltare

Il 16 settembre 2022 moriva Mahsa Jina Amini, 22 anni, dopo essere stata arrestata a Teheran dalla polizia morale per il modo in cui indossava il velo

La sua morte scatenò una delle più grandi ondate di protesta nella storia recente della Repubblica islamica, riassunta in tre parole diventate un grido universale: “Donna, vita, libertà”.
Quattro anni dopo, Mahsa Amini non è diventata soltanto il simbolo di una ragazza morta nelle mani di un regime. È diventata il nome di tutte quelle donne e di tutti quei giovani iraniani che hanno continuato a pagare con la libertà, con il carcere e con la vita il semplice fatto di voler essere liberi.
C’è una coincidenza che vale la pena raccontare, perché non è soltanto un dettaglio di calendario. Il 15 settembre, un giorno prima dell’anniversario della morte di Mahsa Amini, cade quello della scomparsa di un’altra donna, fiorentina come chi scrive: Oriana Fallaci, morta a Firenze vent’anni fa, nel 2006. Due donne, due epoche diverse, un solo giorno a separare le loro date.

Fallaci l’Iran e il velo li aveva già affrontati molto prima che il nome di Mahsa Amini diventasse noto al mondo

Nel settembre 1979, ricevuta a Qom dall’ayatollah Khomeini, da pochi mesi alla guida della neonata Repubblica islamica, si tolse il chador che era stata costretta a indossare per essere ammessa alla sua presenza e lo definì un cencio medievale. Allora sembrò soltanto la provocazione di una giornalista scomoda. Decenni dopo, quel gesto si è caricato di un significato diverso: lo stesso rifiuto di un simbolo imposto che, nel 2022, sarebbe costato la vita a una ragazza di 22 anni a Teheran.
All’indomani dell’11 settembre 2001, con la lunga lettera da New York che sarebbe diventata La rabbia e l’orgoglio, Fallaci lanciò un avvertimento che oggi, soprattutto da una certa parte politica, resta in gran parte inascoltato: non fidarsi di un nemico che non si è mai dichiarato tale, un sistema di pensiero che antepone la fede alla libertà individuale, alla parità tra uomo e donna, al rispetto della persona, e che guarda alla cultura occidentale come a qualcosa da sovvertire, non da comprendere.

Fu un testo che divise profondamente l’opinione pubblica e che le costò accuse pesanti, ma che alla luce di quanto accaduto a Mahsa Amini e a tante altre donne iraniane continua a porre una domanda che l’Occidente fatica ancora ad affrontare fino in fondo

Non è un caso, allora, se le date della loro scomparsa cadono a un giorno di distanza. Sono due donne che, in modi diversi e in epoche diverse, si sono tolte un velo: quello di stoffa e quello dell’ipocrisia con cui l’Occidente guarda spesso a chi lo minaccia, pagando entrambe un prezzo per averlo fatto.
Le Nazioni Unite hanno documentato la repressione delle proteste del 2022, parlando di uso illegale della forza, arresti arbitrari, torture e altre gravi violazioni dei diritti umani. E ancora nel 2026 gli organismi dell’ONU hanno ricevuto segnalazioni riguardanti arresti arbitrari, sparizioni, torture e repressione della libertà di espressione e di manifestazione in Iran.

Ma la vicenda di Mahsa Amini pone anche una domanda scomoda a noi occidentali

Abbiamo spesso la presunzione di leggere le società degli altri attraverso la nostra stessa chiave di interpretazione. Pensiamo che basti esportare istituzioni, elezioni e modelli politici occidentali perché automaticamente nascano libertà, democrazia e diritti.

La storia recente dovrebbe averci insegnato qualcosa di diverso

Guardiamo all’Afghanistan. Vent’anni di presenza occidentale hanno prodotto, insieme a risultati importanti in alcuni settori, anche l’illusione che le conquiste potessero sopravvivere automaticamente alla partenza degli eserciti stranieri. Nell’agosto 2021 i talebani sono tornati al potere e, in pochissimo tempo, le donne afghane hanno visto restringersi drasticamente libertà, istruzione, lavoro e presenza nella vita pubblica. Oggi le Nazioni Unite descrivono una sistematica cancellazione dei diritti delle donne e delle ragazze.

Questo non significa che l’intervento occidentale in Afghanistan sia stato semplicemente inutile, né che vent’anni possano essere liquidati con una formula

Significa però che una democrazia non si può consegnare a un popolo come si consegna un prodotto finito. Se non esistono istituzioni solide, una cultura politica capace di difenderle e soprattutto una società disposta a battersi per conservarle, il rischio è che tutto crolli non appena viene meno la forza che lo sostiene.
C’è chi sostiene che gli Stati Uniti, con la guerra del 2026, abbiano in qualche modo replicato a Teheran lo stesso schema fallimentare di Kabul. È una lettura politica, discutibile come ogni lettura politica, e va tenuta ben distinta da ciò che invece è un fatto verificabile: le violazioni commesse dal regime iraniano e la repressione documentata dalle Nazioni Unite non sono un’opinione, sono una realtà accertata.

Detto questo, sul piano strettamente militare e strategico ritengo che quell’errore sia stato commesso davvero: puntare sulla forza senza una strategia politica di lungo periodo capace di sostenere chi in Iran chiede libertà rischia di lasciare lo stesso vuoto già visto in Afghanistan, capacità militare senza radicamento politico e sociale

Ed è qui che arriviamo all’Iran.
Non possiamo pretendere che la libertà degli iraniani venga costruita dall’esterno. Tanto meno possiamo pensare che bastino operazioni militari, pressioni geopolitiche o strategie improvvisate per trasformare una società complessa. Se l’obiettivo è aiutare il popolo iraniano, bisogna prima di tutto ascoltare gli iraniani.

E soprattutto bisogna evitare l’errore più grave: confondere il popolo iraniano con il regime degli ayatollah

Gli iraniani che manifestano contro la Repubblica islamica non hanno bisogno che qualcuno dall’Occidente interpreti la loro libertà al posto loro. Hanno bisogno che il mondo libero non li dimentichi.
Perché c’è una differenza enorme tra esportare la democrazia e sostenere chi, dentro un Paese, rischia personalmente tutto per conquistarla.
Mahsa Amini non chiedeva all’Occidente di governare l’Iran. Chiedeva, insieme a milioni di altre persone, qualcosa di molto più semplice: poter vivere la propria vita senza che lo Stato decidesse come vestirsi, cosa dire, cosa pensare e quale Dio pregare.

Ed è proprio per questo che, quattro anni dopo, il suo nome continua a essere una ferita aperta

Perché nel frattempo ci sono state altre Mahsa. Altre ragazze arrestate, picchiate, incarcerate. Altri ragazzi scesi in strada e morti. Altri giovani condannati per aver gridato «Donna, vita, libertà». E la repressione non appartiene soltanto alla memoria del 2022: le denunce delle Nazioni Unite dimostrano che il problema è ancora attuale.

Di fronte a tutto questo, l’Occidente ha almeno una responsabilità: non voltarsi dall’altra parte

Non serve trasformare ogni crisi internazionale in una guerra. Non serve pensare che ogni problema abbia una soluzione militare, la guerra del 2026 lo ha dimostrato. E non serve neppure raccontarsi che tutte le culture siano necessariamente incompatibili con la libertà.

Serve una cosa molto più difficile: avere dei principi e applicarli con coerenza.
La libertà di una donna iraniana vale quanto quella di una donna europea. La libertà di parola di un ragazzo di Teheran vale quanto quella di un ragazzo di Firenze o di Parigi. La vita di chi protesta contro una dittatura non vale meno perché è nato dall’altra parte del mondo.

Questa è la vera lezione di Mahsa Amini, e in fondo anche quella di Oriana Fallaci.
Non dobbiamo esportare la nostra democrazia

Dobbiamo difendere, ovunque siano minacciati, quei diritti fondamentali che rendono possibile a ogni essere umano scegliere liberamente della propria vita.

E oggi, a un giorno di distanza dal ventennale della morte di una grande fiorentina che per prima aveva tolto un velo davanti a un ayatollah, la cosa più semplice che possiamo fare è non permettere che il nome di Mahsa venga dimenticato.

Donna. Vita. Libertà.

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