Marco Rizzo al «Berliner Zeitung»: destra e sinistra sono etichette vuote.
Spunti per un grande partito nazionale e popolare
L’intervista rilasciata da Marco Rizzo al quotidiano tedesco Berliner Zeitung il 18 febbraio scorso non è una semplice provocazione di un ex comunista convertito al sovranismo
. È un atto di demolizione ragionata delle categorie politiche che hanno governato l’Europa degli ultimi trent’anni. «Destra e sinistra sono diventate mere etichette di marketing per sostenere lo status quo globalista», dice Rizzo. E il dato più interessante è che a dirlo non è un leghista o un meloniano, ma l’ex segretario del Partito Comunista, fondatore di Democrazia Sovrana e Popolare.
L’analisi di Rizzo è limpida. In Germania come in Italia la vera spaccatura non è più ideologica, ma tra élite pro-Nato, pro-guerra in Ucraina, pro-UE e pro-austerità da una parte, e popolo dall’altra.
Un popolo che chiede pace, giustizia sociale, stop all’immigrazione di massa e fine delle sanzioni che hanno massacrato le nostre piccole e medie imprese
Per questo Rizzo difende senza imbarazzo l’AfD come forza anti-establishment e rimpiange che non sia nata l’alleanza con il BSW di Sahra Wagenknecht: sarebbe stata «la vera rivolta popolare contro Bruxelles». Invece Wagenknecht, a suo dire, ha «dato i voti anti-sistema al sistema», esattamente come fecero i 5 Stelle in Italia.
La sua traiettoria personale è esemplare. Dopo il crollo del Muro e soprattutto dopo Maastricht 1992, i partiti di sinistra (e non solo) sono diventati semplici esecutori degli ordini di Bruxelles, BCE e lobby finanziarie
La democrazia parlamentare è stata svuotata. Servono quindi risposte nuove: sovranità nazionale, pace, rifiuto delle nostalgie ideologiche. Chiunque sia contro «la guerra europea» e per la sovranità del popolo è alleato, «indipendentemente da destra o sinistra».
Da qui le proposte concrete: smantellare l’euro («camicia di forza per multinazionali»), tornare al modello Mattei per l’energia, commerciare con tutti (compreso il gas russo a basso costo), dichiarare la neutralità permanente dell’Italia ex art. 11 della Costituzione, uscire da Nato e UE belliciste, fermare l’immigrazione («esercito industriale di riserva per abbassare i salari») e integrare solo chi è già qui. «L’Africa agli Africani» non è uno slogan razzista, ma la fine dell’imperialismo occidentale che ha destabilizzato il continente.
Critica durissima anche all’asse Meloni-Merkel/Merz: l’UE è costruita su misura per la Germania a danno dell’Italia
Seguirla è autolesionismo.
Un paradosso fecondo: Vannacci e l’occasione di un dialogo nuovo
Proprio qui si apre uno scenario inatteso. Rizzo apprezza il dissenso di Roberto Vannacci sulle armi all’Ucraina, ma lo accusa di «acrobazie per restare nel centrodestra». Eppure, paradossalmente, è proprio Vannacci ad avere oggi l’occasione più grande.
Se saprà aprire un dialogo profondo, non più condizionato dalle etichette di destra, con un progetto nuovo e innovativo che metta al centro sovranità, pace, giustizia sociale e dignità del lavoro, potrà ampliare enormemente la sua platea di consenso
Non più limitato al «considerevole elettorato di destra», ma capace di parlare a quell’Italia popolare, operaia, periferica e piccolo-borghese che la sinistra ha abbandonato e che la destra tradizionale non sa più rappresentare.
In questo senso l’intervista di Rizzo getta semi concreti per la nascita di un grande partito nazionale e popolare: trasversale, anti-élite, pacifista, sovranista, che restituisca al popolo italiano il controllo sul proprio destino
Non un ritorno al passato, ma un superamento del Novecento. Un progetto che, se raccolto con intelligenza, potrebbe cambiare il volto della politica italiana nei prossimi anni.
Analisi dell’articolo – Leggendo la “chiave nazionale e popolare” come superamento di destra e sinistra
Rileggere l’articolo appena scritto nella chiave del «partito nazionale e popolare» significa cogliere esattamente il senso profondo dell’intervento di Rizzo: non si tratta di una nuova etichetta, ma della fine di un paradigma.
Il «nazionale» non è nazionalismo chiuso, ma ripresa della sovranità popolare contro i diktat esterni (UE, Nato, BCE). Il «popolare» non è populismo demagogico, ma ritorno alla difesa degli interessi concreti del popolo lavoratore: salari, welfare, pace, energia a basso costo, controllo delle frontiere
È la sintesi che supera la dicotomia destra/sinistra proprio perché entrambe, nell’ultimo trentennio, hanno tradito il popolo.
E qui ha pienamente ragione Luca Ricolfi
Da anni il sociologo torinese documenta con dati implacabili lo «spostamento degli ideali della sinistra»: dalla difesa del lavoro e delle classi popolari alla difesa delle élite culturali, dall’internazionalismo proletario al globalismo delle multinazionali, dall’anticolonialismo al sostegno (spesso inconsapevole) alle nuove forme di colonialismo migratorio e finanziario.
La sinistra ha cambiato classe di riferimento: non più gli operai e i ceti medi impoveriti, ma i laureati delle grandi città, i professionisti della conoscenza, i ceti rampanti della finanza green e della burocrazia europea
Ha sostituito la questione sociale con la questione identitaria woke, la giustizia economica con la giustizia di genere e climatica, la sovranità popolare con la sovranità dei mercati e delle corti sovranazionali.
Rizzo, venendo proprio da quella sinistra, lo conferma dall’interno: «Dopo Maastricht i partiti sono diventati esecutori di Bruxelles». Il tradimento è stato compiuto. Per questo il «nazionale e popolare» non è una posizione di destra o di sinistra: è la posizione di chi rifiuta che il popolo sia governato da chi non lo rapL’articolo non propone un’alleanza tattica tra Rizzo e Vannacci, ma indica una possibilità storica: che figure provenienti da culture politiche diverse (ex-comunista e generale sovranista) possano convergere su un terreno comune che non è più il vecchio bipolarismo, ma il nuovo asse popolo-nazione contro élite-globalismo
Se questo dialogo si aprirà davvero, il «grande partito nazionale e popolare» smetterà di essere un’ipotesi e diventerà la risposta italiana alla crisi di rappresentanza del XXI secolo.
Leggi anche:
