L’Indomita Oriana

Oriana Fallaci

Oriana Fallaci

L’Indomita Oriana

Il ritorno di Oriana Fallaci nel dibattito politico contemporaneo è alimentato dal bisogno di cercare icone in un tempo che ha smarrito la sua prospettiva.

Oggi, la sua figura viene rivendicata come un vessillo dalla destra, trainata da quel suo viscerale e aggressivo amore per un’Occidente che, di fronte alla sfida dell’Islam e ai nuovi assetti globali, ha trovato in lei e nelle sue idee uno scudo ed una spada affilata; una difesa priva di filtri e di mediazioni

Oriana non sapeva neppure cosa fosse il politicamente corretto. E questo è un bene per il politicamente corretto, che altrimenti avrebbe bersagliato ogni giorno con tutta la veemenza della sua passione oratoria.

​Ma, relegarla entro uno schieramento ben determinato, va in contrasto con una parte significadi lei; con la radice stessa della sua opera. Oriana, per formazione e temperamento, era anni luce lontana dalla tradizione della destra classica; non ne condivideva il retaggio, né i percorsi, né le gerarchie valoriali. Era, semmai, un’alfiere del dubbio, un’amazzone della rottura.

​Non nascondo che, se la incontrassi oggi, non saprei dire se riuscirei ad abbracciarla come una sorella di fede politica.

Le sue asperità, talvolta segnate da una radicalità che non posso far mia, creano una distanza che non si colma con un’adesione ideologica

Eppure, la guardo con la tenerezza che si riserva a una vecchia zia femminista in gioventù, una donna che ha visto il proprio sistema valoriale crollare sotto il peso di una sinistra progressista che, nel suo slancio verso il wokismo ed il suo asservimento ad un globalismo senza radici, ha finito per rinnegare il popolo e la sua identità storica.

Oriana era quella che ammetteva di adorare la premier socialista israeliana Golda Meier,Pietro Nemni,i Vietcong

Razionalmente sarebbe stata di sinistra. Anche se è anarchica nel midollo; nel senso che una grande penna difficilmente può rispondere ad un padrone o rigidamente ad un idea.

È in questo vuoto, in questo tradimento della sinistra verso i propri presupposti umanisti e sociali, che la parabola della Fallaci si va a compiere necessariamente a destra. Non per un’adesione naturale a quell’area, ma per un effetto di resilienza quando il fronte a cui appartenevi smette di difendere la cultura in cui sei nato e cresciuto, preferendo un relativismo che svuota di significato ogni appartenenza, ti ritrovi, quasi per contrappasso, a fare fronte comune con chi, almeno, non si vergogna di difendere il proprio nome e la propria civiltà.

​Ciò che resta, al di là di etichette che lasciano il tempo che trovano, è il valore della sua penna

Oriana è stata, prima di ogni altra cosa, una vera giornalista. E, soprattutto, una grande reporter. 

Il suo tratto distintivo non era l’analisi dalla scrivania, ma la presenza in prima persona sul campo, il fango delle trincee, il pericolo reale dei conflitti, lo sguardo diretto di chi non ha paura di sporcarsi le mani per raccontare la verità. In un’epoca di giornalismo mediato e spesso distante, la sua capacità di andare a vedere, di scendere negli inferi del globo e dell’animo umano, resta un esempio raro.

​Era una donna di stile, Oriana. Sofisticata, intelligente, dotata di un’eleganza che era espressione di un’identità mai negoziabile

Non voglio santificarla, perché ho il sospetto che lei, donna di fuoco e di contrasti, guarderebbe a ogni tentativo di agiografia con profondo orrore. Tanto sapeva essere elegante, quanto caratterizzarsi per una volgarità travolgente di espressioni e gesti brutali.

Ma animati da una conflagrazione assoluta di una anacoreta del più rigido integralismo versi propri principi

Principi che per paradosso, la facevano essere nemica proprio di moltissimi integralisti.

Oriana non voleva essere un’icona da museo, ma una voce viva

È questo il suo lascito, l’esempio di una donna che, pur con le sue contraddizioni, non ha mai accettato di essere addomesticata, preferendo sempre la verità scomoda al silenzio rassicurante dei salotti.

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