L’Europa smarrita tra prudenza e viltà: il caso Hormuz e l’occasione mancata sull’Iran
C’è una linea sottile, ma decisiva, tra la tutela dell’interesse nazionale e il ripiegamento egoistico.
Le cancellerie europee, di fronte alla richiesta avanzata da Donald Trump di rafforzare la difesa dello Stretto di Hormuz, sembrano aver scelto la seconda opzione
E lo hanno fatto nel momento peggiore, dimostrando ancora una volta un’incapacità strategica che rischia di costare caro non solo all’Europa, ma all’intero equilibrio dell’Alleanza Atlantica.
Lo Stretto di Hormuz non è un dettaglio geografico: è il cuore pulsante delle rotte energetiche globali. Da lì transita una quota enorme del petrolio mondiale. Difenderlo non significa “fare un favore agli Stati Uniti”, ma proteggere interessi vitali anche per l’Europa.
Eppure, davanti a una richiesta che aveva una chiara valenza NATO, la risposta europea è stata timida, frammentata, quasi infastidita.
E Donald Trump in risposta ha usato parole di fuoco, ma tristemente vere! Quando c’è da invocare “mamma America” sono tutti a piangere, ma quando c’è bisogno di giocare la propria partita in appoggio agli USA non c’è nessuno!
Dietro questa esitazione si nasconde una verità scomoda: molti governi europei preferiscono evitare qualsiasi esposizione, anche quando in gioco ci sono interessi strategici evidenti. È una postura che si ammanta di prudenza diplomatica, ma che sempre più spesso appare per ciò che è: una forma di viltà politica.
Eppure, la questione non riguarda solo la sicurezza energetica. Riguarda anche – e soprattutto – il futuro dell’Iran. Il regime degli Ayatollah rappresenta da decenni un fattore di instabilità regionale, un attore che utilizza la tensione permanente come strumento di sopravvivenza politica
La sua eventuale caduta non sarebbe un incidente geopolitico, ma un passaggio potenzialmente decisivo per la stabilità del Medio Oriente e, di riflesso, per la sicurezza europea.
Ignorare questa prospettiva significa chiudere gli occhi davanti a una realtà evidente: un Iran diverso, libero da una teocrazia repressiva, sarebbe un interlocutore completamente nuovo. Non solo meno ostile, ma potenzialmente integrabile in un sistema internazionale più stabile.
C’è poi un altro elemento che le cancellerie europee sembrano sottovalutare: le legittime aspirazioni del popolo iraniano
Da anni, milioni di cittadini chiedono libertà fondamentali, diritti civili, dignità. Le proteste represse nel sangue, le donne in prima linea, i giovani che sfidano il potere: tutto questo non può essere liquidato come una questione interna. È una domanda di libertà che interpella anche l’Europa, che su quei valori ha costruito la propria identità.
E allora la domanda diventa inevitabile: può l’Europa permettersi di restare alla finestra? Può continuare a nascondersi dietro una concezione miope dell’interesse nazionale, che finisce per coincidere con l’inazione?
La risposta dovrebbe essere no
Perché la salvaguardia dell’interesse nazionale non è – e non deve essere – sinonimo di egoismo nazionale. Al contrario, richiede visione, responsabilità e la capacità di comprendere che, in un mondo interconnesso, sicurezza e libertà sono beni indivisibili.
Rifiutare un ruolo attivo nello Stretto di Hormuz non è neutralità: è rinuncia. Rinuncia a incidere, a guidare, a essere protagonisti
E, alla lunga, rinuncia a difendere anche se stessi.
L’Europa ha ancora il tempo di correggere la rotta. Ma deve decidere se vuole essere un attore strategico o un osservatore passivo.
Perché la storia, come sempre, non aspetta
C’è da chiedersi se i paesi europei hanno voglia di intercettare questi cambiamenti da protagonisti, o stare ad aspettare alla finestra del futuro, con buona pace dei propri ideali che non ha evidentemente più voglia o forza di difendere.
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