L’ECONOMIA ITALIANA DAL PUNTO DI VISTA LIBERALE DEGLI ULTIMI 25ANNI
Negli ultimi anni il dibattito economico italiano si è spesso ridotto a una contrapposizione ideologica tra “tifosi” e “detrattori”, con il rischio di perdere di vista i dati e le dinamiche strutturali.
Un’analisi onesta dell’attuale quadro macroeconomico suggerisce invece che, pur in assenza di miracoli, alcuni indicatori mostrano segnali di miglioramento che meritano di essere riconosciuti, soprattutto se confrontati con le esperienze di governo più recenti
Dopo oltre cinquant’anni, lo spread italiano si è portato stabilmente al di sotto di quello francese e su livelli prossimi a quelli tedeschi. Questo dato, da solo, non risolve i problemi strutturali del Paese, ma segnala un recupero di credibilità sui mercati finanziari.
In un contesto di maggiore stabilità, anche il debito pubblico ha iniziato una lenta ma significativa fase di riduzione in rapporto al PIL, evento raro nella storia economica italiana.
Sul fronte fiscale, il governo ha introdotto una riduzione, seppur contenuta, dell’Irpef a favore della classe media
La disoccupazione è ai minimi storici, l’inflazione risulta sotto controllo e la spesa pubblica non è sottoposta a particolari procedure di sorveglianza. Standard & Poor’s ha inoltre migliorato il rating dell’Italia, segnale rilevante per investitori e mercati obbligazionari.
Le esportazioni continuano a rappresentare un punto di forza del sistema produttivo nazionale, mentre la domanda per titoli di Stato italiani rimane elevata
Un quadro che contrasta nettamente con quello ereditato dai governi populisti precedenti. Il primo esecutivo Lega–Cinque Stelle produsse un forte deterioramento della fiducia dei mercati, con uno spread in costante tensione e politiche di bilancio improntate più alla propaganda che alla sostenibilità.
Ancor più problematico fu il secondo governo Conte, sostenuto da Cinque Stelle e Partito Democratico, che diede vita a quello che può essere definito uno dei peggiori esperimenti di finanza pubblica mai realizzati in un Paese avanzato.
Il Reddito di cittadinanza si è rivelato inefficace come politica attiva del lavoro e costoso come misura assistenziale, mentre il Superbonus 110%, poi di fatto 120% per effetto delle distorsioni operative, ha generato un’esplosione della spesa pubblica senza precedenti, con effetti inflattivi, frodi diffuse e un impatto devastante sui conti dello Stato.
Quelle scelte hanno contribuito in modo determinante all’aumento del debito e alla perdita di credibilità internazionale, costringendo il Paese a fare affidamento, ancora una volta, sull’intervento straordinario della BCE per evitare crisi di sostenibilità finanziaria
Guardando più indietro, il governo Monti fu chiamato a gestire una crisi di fiducia innescata dalle speculazioni internazionali, che portarono alla luce la fragilità strutturale del debito pubblico italiano. Il suo principale lascito fu la messa in sicurezza dei conti, anche attraverso riforme impopolari ma necessarie come la riforma Fornero e l’avvio di una spending review fondata sugli studi del professor Carlo Cottarelli, successivamente interrotta per scelte politiche orientate a un ritorno alla spesa in deficit.
Nel contesto attuale, il governo Meloni non appare esente da limiti, ma non emergono errori macroscopici di gestione economica
Le opposizioni continuano a proporre patrimoniali, nuovi redditi di cittadinanza e trasferimenti generalizzati, replicando schemi che hanno già dimostrato di produrre più debito che crescita.
Le principali criticità oggi risiedono in due scelte mancate: la non adesione al Meccanismo Europeo di Stabilità e l’assenza di una nuova e incisiva spending review
Un’azione più coraggiosa in quest’ultimo ambito potrebbe consentire una riduzione più significativa del carico fiscale e del cuneo contributivo sulla classe media, stimolando il mercato interno, la crescita del PIL e, indirettamente, i salari reali.
Economia e sicurezza restano temi complessi, non riducibili a slogan o narrazioni semplificate
La sostenibilità dei conti pubblici richiede rigore, continuità e scelte strutturali, non tifoserie politiche.

