La strage di via D’Amelio

PALERMO - SI RIAPRE IL CASO BORSELLINO - LE DICHIARAZIONI DI UN PENTITO POTREBBERO PORTARE ALLA REVISIONE DEL PROCESSO PER LA STRAGE DI VIA D AMELIO DEL 1992 - PAOLO BORSELLINO (Agenzia: EMMEVI) (NomeArchivio: BORS0w4y.JPG)

La strage di via D’Amelio.Era domenica, e dopo una giornata di mare, la prima dopo 57 giorni di inferno, il Giudice Paolo Borsellino si concesse una breve pausa dal lavoro di magistrato. L’ultima prima di venire inghiottito dal tritolo della mafia.

LA MORTE DI FALCONE COME ANTEPRIMA DI VIA D’AMELIO

Il 23 Maggio sull’autostrada Punta Raisi Palermo all’altezza dello svincolo di Capaci il tritolo della mafia uccideva il suo amico più fidato, il suo collega e suo parafulmine, Giovanni Falcone.
Da lì, il giudice Borsellino cambia, completamente. Comprende che è arrivato il suo turno, che la mafia non perdonerà il suo ardire: combattere Cosa Nostra con le armi dello Stato di Diritto. Una sfida troppo grossa per Riina & C. Soprattutto perché Paolo Borsellino, quella sfida la stava vincendo. A Palermo prima, poi a Marsala, e poi di nuovo a Palermo, il Giudice Borsellino è stata una delle anime più importanti del lavoro antimafia negli ultimi decenni, attore protagonista dello sforzo di uno Stato spesso distratto, che però stava dando frutti importanti. L’arresto di cugini Salvo, di Ciancimino, il pentimento di Tommaso Buscetta, la stagione del maxiprocesso in cui i successi si alternavano alla perdita di amici e colleghi uccisi dalle mitragliatrici mafiose. Una stagione epica per certi versi e quasi surreale, in cui il Paese sembrava essersi svegliato da quel torpore connivente che è stato a lungo il brodo di coltura della mafia. Fino a quella data: il 30 Gennaio 1992, che diventa lo spartiacque. La più grande vittoria dello Stato che per “bocca” della Cassazione conferma le condanne del maxiprocesso inflitte in primo grado nel 1987/88, e al contempo, l’inizio della fine. La fine di un’era e il principio della risposta feroce della mafia a uno Stato divenuto troppo ingombrante, per quanto claudicante.

COSA NOSTRA IN CRISI REAGISCE CON IL RUGGITO DEL TRITOLO

Il sistema politico, infatti, in quel periodo è in crisi. Tangentopoli è appena scoppiata e minaccia (come poi farà) di spazzare via un intero sistema che ha garantito ai boss un certo equilibrio col potere. La mafia perde i suoi storici referenti, a partire da quel Salvo Lima, storico esponente DC vicino a Giulio Andreotti, trait union con tra politica e mafia, che non era riuscito a garantire la neutralizzazione del Maxi. Uno scenario pericoloso per Cosa Nostra. Bisogna reagire! E quindi Riina, la belva feroce, reagisce e ordisce una strategia di morte e distruzione che attraverserà tutta la nazione, da Palermo a Roma a Firenze a Milano. Il primo della lista è proprio Salvo Lima, ucciso a Mondello nel Marzo del 1992. Gli addetti ai lavori intuiscono la gravità dell’omicidio. Falcone confesserà: “da ora può succedere di tutto”. E infatti, succede di tutto. A partire proprio dall’ “attentatuni”: l’autostrada che salta e il nemico n.1 di Cosa Nostra, proprio quel Giovanni Falcone che già ha capito tutto, muore insieme alla moglie e gli agenti di scorta
Ma per Riina non è sufficiente! Non basta…. o forse sì? Forse Totò u’curtu si sarebbe accontentato, avrebbe rallentanto, avrebbe trattato.. chissà. Ma qualcuno lo ispira, qualche mente raffinatissima lo convince a “dare un’altra spallata” allo Stato affinché scenda a patti, affinché non alzi troppo la testa, perché “le corna poi se le rompe”. In quel momento c’è molto in ballo: si sta discutendo l’impianto di riforma del diritto penale sostanziale e processuale in tema di lotta alla mafia voluto da Giovanni Falcone, c’è in ballo la nomina a Superprocuratore antimafia, il carcere duro.. insomma, una bomba potenziale per Cosa Nostra che potrebbe decretarne la fine. Ma la bomba la fa scoppiare proprio la mafia.

VIA D’AMELIO
Alle 16.58 di quell’unico giorno di riposo che Borsellino si era concesso dopo la morte di Falcone.
Giusto il tempo di una gita in barca, di un riposino pomeridiano che si scoprirà essere stato un insonne momento di angoscia. Quell’angoscia che progressivamente aveva “rapito” Paolo Borsellino che, in quei giorni, viene a conoscenza delle oscure trame di palazzo in quell’Italia che sta cambiando. Il Giudice viene a sapere che esiste un dossier mafia-appalti che potrebbe travolgere l’intero sistema economico del paese. Viene a sapere – in modo del tutto casuale -che “è arrivato il tritolo per lui”, ma che nessuno lo ha avvertito, né ha intensificato le misure di sicurezza attorno alla sua persona. Viene a sapere del tradimento di un amico e di strani movimenti tra istituzioni e mafia.
Un periodo complesso, difficile, che lascia strascichi anche in famiglia, dove il giudice pretende distacco persino dagli amati figli, perché “così si abitueranno alla mia assenza”. Quell’ombra della morte che si fa sempre più concreta e vicina, quell’ amarezza che si mischia con la determinazione dell’investigatore di razza, in quell’uomo coraggioso assurto suo malgrado a eroe della Nazione. Sentimenti che scorrono veloci nella mente e nel cuore del giudice quando a bordo della sua Croma blindata attraversa Palermo in direzione Via d’Amelio, per portare sua madre a una visita medica. Paolo scende dalla macchina con l’immancabile sigaretta fra le labbra e suona il campanello di casa della madre. Si scatena l’apocalisse e inghiotte il Giudice e i 5 agenti di scorta che nulla possono fare contro la ferocia di Cosa Nostra.

OMBRE E MISTERI

Trema Via d’Amelio, e trema l’Italia intera, almeno quella onesta. Perchè poi c’è una parte del paese che invece continua a tramare. Sin da subito, con ancora le fiamme alte, tra i rottami delle vetture sventrate, tra le macerie dei palazzi devastati. Una manina lesta che sottrae la borsa del Giudice ucciso dalla macchina dove era posta, e la porta chissà dove, ne svuota il contenuto, sottrae la famosa Agenda Rossa dove erano riportate le riflessioni intime, i collegamenti indicibili, le ipotesi investigative cui Borsellino stava lavorando per dare un volto ai killer di Falcone.
Ma perché nonostante egli lo avesse chiesto direttamente, non fu mai sentito quale testimone dalla Procura inquirente? Come mai nessuno ne valutò la rilevanza investigativa? Mistero!
Ma i misteri non finiscono qui. Perchè quel giorno è stata sicuramente la fine di un’era, ma anche l’inizio di qualcosa di ancor più torbido e inquietante. Depistaggi, finti pentiti, strani suicidi, magistrati e poliziotti apparentemente zelanti ma che invece occultano (volontariamente?) la verità prendendo una cantonata inenarrabile. Chi ha voluto depistare? Perchè? Quali trame nasconde ancora quella vicenda? Tutte domande che ancora oggi non hanno risposta, nonostante 5 processi.
Oggi, a distanza di 31 anni i siciliani onesti, o meglio, gli italiani onesti aspettano quelle risposte perché se l’Italia dopo di allora non è stata più la stessa, ancora oggi aspettiamo di sapere che cosa è diventata.

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