LA PACE DEGLI AYATOLLAH: NON POSSO NON PENSARE AI DISSIDENTI IRANIANI, DIMENTICATI DALL’OCCIDENTE IN FESTA
C’è qualcosa di profondamente inquietante nell’entusiasmo con cui una parte dell’Occidente sta salutando il presunto accordo di pace tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Repubblica Islamica dell’Iran. Premier, Ministri, analisti, leader europei e commentatori celebrano la riapertura dello Stretto di Hormuz, il ritorno della stabilità energetica e la prospettiva di un abbassamento del prezzo del petrolio. Tutto molto importante.
Ma in questa narrazione trionfalistica manca un protagonista fondamentale: il popolo iraniano
Mentre a Washington, Bruxelles e nelle cancellerie del Golfo si brinda alla (presunta) fine delle tensioni, milioni di giovani iraniani comprendono che la loro condizione potrebbe peggiorare. Perché ogni volta che il regime degli Ayatollah ottiene ossigeno politico, economico e diplomatico, la prima conseguenza è quasi sempre l’intensificazione della repressione interna.
La storia degli ultimi quarant’anni dovrebbe averci insegnato qualcosa
Ogni stagione di dialogo con Teheran è stata accompagnata da arresti arbitrari, processi politici, torture, impiccagioni pubbliche e soffocamento delle libertà fondamentali. Gli Ayatollah non hanno mai interpretato le aperture occidentali come un incentivo alla democratizzazione. Al contrario, le hanno sempre considerate una conferma della propria impunità.
Donald Trump aveva costruito gran parte della propria narrativa sull’Iran presentandosi come il presidente disposto a sostenere apertamente i manifestanti anti-regime
Nei mesi scorsi aveva persino dichiarato che il popolo iraniano meritava libertà e che gli Stati Uniti non sarebbero rimasti indifferenti davanti ai massacri perpetrati dal regime. Durante le grandi proteste del 2025 e del 2026, migliaia di giovani sono scesi in piazza sfidando i Pasdaran e le milizie del regime. Le stime diffuse da organizzazioni per i diritti umani parlano di migliaia di morti, decine di migliaia di arresti e di una repressione tra le più brutali dalla rivoluzione del 1979.
Oggi, tuttavia, quei giovani scoprono di essere stati sacrificati sull’altare della realpolitik.
L’accordo viene presentato come un successo diplomatico perché garantirebbe la riapertura delle rotte energetiche e una riduzione del rischio di guerra nella regione
Ma non si può davvero pensare che gli USA ne siano usciti vincitori, al netto della propaganda. E chi pagherà il prezzo politico di questa presunta stabilizzazione? La risposta è semplice: i dissidenti iraniani. Gli studenti che hanno manifestato nelle università. Le donne che hanno sfidato il velo obbligatorio. I lavoratori che hanno scioperato contro la corruzione. Gli oppositori rinchiusi nelle carceri del regime.
Le stesse organizzazioni dell’opposizione iraniana in esilio hanno espresso forte preoccupazione
Numerosi dissidenti denunciano che il regime potrebbe uscire rafforzato da un’intesa che gli garantisce nuove risorse economiche e una rinnovata legittimazione internazionale. Molti temono che il potere teocratico utilizzi ogni beneficio derivante dall’accordo non per migliorare la vita dei cittadini, ma per consolidare gli apparati repressivi che tengono in ostaggio il Paese.
La domanda che nessuno sembra voler porre è la più semplice: quale pace stiamo celebrando?
Per i governi occidentali la pace significa la sicurezza delle forniture energetiche
Per gli investitori significa stabilità dei mercati. Per gli armatori significa navigazione senza rischi nello Stretto di Hormuz. Ma per un ventenne iraniano che ha partecipato alle proteste, la pace potrebbe significare semplicemente l’arrivo della polizia segreta alla porta di casa. Il patriottismo od anche il nazionalismo non può essere inteso come egoismo nazionale e tutti questi proclami nascondono esclusivamente una scarsa attenzione verso chi cerca di liberarsi dalla dittatura e confidava in un Occidente che aveva promesso ma che poi non ha mantenuto.
I giovani iraniani non sono scesi in piazza per ottenere un accordo commerciale tra Washington e Teheran
Sono scesi in piazza per chiedere libertà politica, libertà religiosa, libertà di espressione, uguaglianza tra uomini e donne e la fine del sistema teocratico. Molti di loro hanno pagato con la vita questa aspirazione. Altri sono scomparsi nelle prigioni del regime. Altri ancora attendono l’esecuzione dopo processi sommari celebrati da tribunali rivoluzionari privi delle più elementari garanzie.
L’errore dell’Occidente è antico
Si continua a confondere la stabilità con la giustizia. Si pensa che un regime sia affidabile se garantisce ordine, indipendentemente dal modo in cui tratta il proprio popolo. È la stessa logica che per decenni ha portato le democrazie occidentali a sostenere dittature considerate utili agli equilibri geopolitici del momento.
Eppure proprio l’Iran dimostra quanto questa visione sia miope
La vera instabilità del Medio Oriente non nasce dalle aspirazioni democratiche dei popoli, ma dalla sopravvivenza di regimi che negano sistematicamente i diritti fondamentali. Finché la Repubblica Islamica continuerà a governare attraverso la paura, la censura e la repressione, nessun accordo potrà garantire una pace autentica e duratura.
In queste ore molti leader occidentali stanno congratulandosi con Donald Trump per il risultato diplomatico raggiunto. Sarebbe più opportuno chiedere una clausola molto più semplice e molto più importante: la liberazione dei prigionieri politici, la fine delle esecuzioni, il ripristino dell’accesso libero a internet e il rispetto delle libertà civili fondamentali. Negli ultimi mesi il regime iraniano ha persino fatto ricorso a blackout nazionali della rete per impedire ai manifestanti di comunicare con il mondo esterno.
La vera prova del successo di qualsiasi accordo con Teheran non sarà il prezzo del petrolio né il numero delle petroliere che attraversano Hormuz
Sarà il destino di quei ragazzi e di quelle ragazze che hanno sfidato i Pasdaran e che oggi rischiano di essere dimenticati da tutti.
Se questa è la pace che l’Occidente vuole celebrare, allora non è la pace dei popoli. È soltanto la pace dei governi.
Leggi anche:
SEGUICI SU GOOGLE

