La crepa fascista

La fronda di scontenti interna al regime

gran consiglio

La convocazione del Gran Consiglio del Fascismo per il 24 luglio, in realtà nella mente di Mussolini era un gesto poco più che simbolico e formale. Il Duce aveva sempre visto quell’organo come un organismo consultivo, privo di veri e propri motivi decisionali.

Addirittura il Gran Consiglio del Fascismo non veniva riunito dal dicembre 1939. Aveva votato per tenere fuori l’Italia dalla guerra, e non era stato consultato riguardo l’entrata nel conflitto. Da quasi quattro anni ormai l’organo più importante regime esisteva praticamente solo su carta. Un emanazione della volontà mussoliniana, che in quei tempi non era neanche stato ritenuto necessario esibire formalente.

Però il momento storico era diventato veramente particolare, ed anche un organismo ritenuto privo di funzioni deliberative poteva dare la sponda a quell’azione politica che rappresentasse il giustificativo costituzionale dell’intervento del sovrano.

Il regno difficilmente si sarebbe mosso se non avesse avuto un alibi politico. Non era nella natura di Vittorio Emanuele III. Aveva sempre formalmente voluto rappresentare se stesso come un applicatore delle leggi, un monarca costituzionale.

L’unico strumento possibile

Comunque la convocazione il Gran Consiglio era l’unico possibile strumento per aprire una crisi istituzionale.
L’atteggiamento di Mussolini in quei giorni può sembrare incomprensibile, se non lo si contestualizza in quella che era in Italia incapace di sollevarono e leadership alternative da oltre vent’anni.

Il Capo del Governo era stato informato delle intenzioni di presentare un ordine del giorno apertamente contro di lui, ma non fece assolutamente nulla per evitarlo. Prima di tutto perché probabilmente era convinto che non avrebbe ottenuto la maggioranza dei consensi necessari. In quanto il suo carisma aveva sempre paralizzato anche i draghi più scettici a mettersi contro di lui.

Inoltre, non a torto, sapeva che gli alleati tedeschi lo consideravano il naturale leader di riferimento dell’Italia.

Gli antifascisti mancavano ancora di organizzazione

Gli antifascisti erano al momento troppo scoordinati e male organizzati per poter tentare un’azione di forza.
L’Italia e lo Stato erano gestiti da un partito , nel quale tutti coloro ripulivano contendergli la guida, non avevano la forza necessaria per farlo.

Anche un governo, per come era inviato lo Stato, per ottenere il consenso degli organi costituzionali misti a quelli di regime avrebbe necessitato di una figura importante, capace di esercitare un collante di autorevolezza e spessore. Ma quella figura non esisteva.

Mussolini sapeva benissimo che il regime non era in grado di esprimere un successore. Aveva fatto di tutto perché fosse così.

Morto Italo Balbo, che avevo una grande statura restavano due personaggi agli antipodi che erano i suoi avversari interni naturali.

Dino Grandi, idealmente erede della corrente moderata di Balbo, vicino all’Inghilterra, contrario alla guerra uomo di grande levatura intellettuale; ed il falco del partito, l’uomo più legato ai tedeschi Roberto Farinacci.
Ma ambedue non godevano del necessario consenso interno, e prestigio nazionale.

In politica estera Grandi era l’uomo ideale per una pace separata con gli inglesi e gli americani e Farinacci un uomo di fiducia di tedeschi, valido per continuare la guerra ad oltranza al loro fianco.

Su questo Mussolini era lucido e conosceva bene quanto fosse ingessato il regime creato da lui.

Sottovaluta fa però il grandissimo sbandamento nel paese, la fragilità del regime. Che era certo la fragilità dello Stato ma anche la volontà della monarchia di trovare il modo di uscirne magari scaricando su Mussolini tutta la responsabilità delle scelte politiche.

 

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