Il successo del libro di Vannacci? La pazienza è finita

VANNACCI

È evidente a chiunque abbia occhi per vedere e orecchie per ascoltare: le frasi scritte dal generale Vannacci in un suo libro autoprodotto (“Il mondo al contrario”) e ribadite con nonchalance in diretta tv rasentano il grottesco. Ed è altrettanto evidente che chi indossa un’uniforme (o un toga, non dimentichiamolo) debba agire nell’interesse dell’intera nazione, dunque anche nell’interesse degli individui per cui prova disprezzo.

Un pubblico ufficiale

Come abbiamo già scritto su questo sito, fortunatamente nelle democrazie liberali è garantito il diritto all’odio nelle sue varie declinazioni purché esso non varchi i confini della legalità (dirlo non significa sdoganare fenomeni come il razzismo e l’omofobia da un punto di vista culturale ed etico, ma riconoscerne la piena legittimità da un punto di vista legale).

Tuttavia, anche se in Italia esiste il diritto di odiare e guai se non fosse così, chi ricopre ruoli istituzionali dovrebbe tenere a freno la lingua, rispettando non solo nei fatti ma anche a parole le sensibilità altrui.

Proprio per questa ragione, l’estromissione di Filippo Facci e di Roberto Saviano dalla Rai non può essere equiparata alla destituzione del generale Vannacci: Facci e Saviano sono due giornalisti ingiustamente cacciati dalla tv pubblica a causa delle loro posizioni e dei toni con cui tali posizioni sono state espresse, mentre Vannacci è un pubblico ufficiale. E come ha giustamente spiegato il ministro della Difesa Guido Crosetto in un’intervista sul Corriere della Sera del 22 agosto, “un rappresentate dello Stato non deve solo avere rispetto di tutti, ma anche dimostrarlo”.

Perché il libro ha avuto successo

Fatta questa premessa, mi pare che pochi si siano posti questa domanda, di merito e non di metodo: perché mai un libro autoprodotto dal contenuto così tranchant e provocatorio si trova in vetta alle classifiche di Amazon? E perché mai un generale pluridecorato, molto stimato nell’esercito in virtù dei suoi successi militari ma pressoché sconosciuto alla gente comune, è passato improvvisamente alla ribalta grazie a tale “pubblicazione”?

Forse perché il nostro Paese è ormai vittima dell’egemonia culturale meloniana, come sostengono alcuni intellettuali progressisti, alla ricerca del martirio e dello scontro perenne? Forse perché gli italiani sono a larga maggioranza fascisti? No, credo che nessuna di queste risposte sia esatta. Credo, piuttosto, che gli italiani abbiano superato o stiano per superare la propria soglia di sopportazione.

E ciò è molto pericoloso dal momento che, come direbbe Newton, “ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”spesso sproporzionata, talvolta violenta. Non è una giustificazione, ma un semplice dato di fatto, suffragato da decine di eventi storici: il fascismo non si sarebbe mai affermato in Italia, conquistando il consenso della piccola e media borghesia, se non ci fosse stato il concreto pericolo di una rivoluzione rossa sul modello sovietico. Così come in Russia non sarebbe mai scoppiata la rivoluzione d’Ottobre se gli Zar non avessero vessato e umiliato la popolazione, privandola della dignità e del benessere economico.

Negazione della realtà

Negli ultimi 10-15 anni, gli italiani sono stati oggetto di una campagna mediatica basata sull’alterazione o peggio sulla negazione della realtà: ci è stato raccontato che gli sbarchi non erano un problema e che comunque l’immigrazione clandestina non poteva essere arginata (il lavoro svolto da Matteo Salvini al Ministero degli interni durante la breve parentesi giallo-verde avrebbe dimostrato il contrario); ci è stato raccontato che il nostro Paese avrebbe potuto farsi carico di chiunque volesse stare qui, con buona pace dei meno abbienti, tacciati di razzismo e di disumanità soltanto perché osavano sollevare la questione (vorremmo chiedere ai radical chic, che distribuiscono e revocano patenti di tolleranza, cosa farebbero se si trovassero a stretto contatto, ogni giorno, con l’immigrazione illegale e con il degrado che essa comporta). Ai problemi denunciati dalla popolazione e da alcune voci isolate nella pubblica opinione non sono state offerte risposte, solamente insulti e irrisioni.

Lo stesso schema è stato successivamente applicato con la propaganda gender e con il politically correct, una vera e propria spada di Damocle che pende sulla libertà di espressione: le differenze di genere? Non esistono. L’utero in affitto? Una pratica che andrebbe legalizzata, consentendo a un coppia che non può avere figli — etero o gay non fa differenza — di privare un bambino della madre biologica, lucrando sulla condizione economica sfavorevole in cui versano migliaia di donne nel mondo, disposte a cedere il proprio utero in cambio di denaro.

Effetti collaterali

Chiunque si azzardi a criticare questa deriva viene ghettizzato, messo a tacere, criminalizzato. Alterazione e negazione della realtà sono stati e continuano ad essere gli ingredienti della narrazione mainstream, somministrata giorno per giorno, a piccole dosi, come un veleno.

E spesso i veleni producono effetti collaterali: se il libro dell’intollerante Vannacci ha riscosso così tanto successo è anche grazie agli autoproclamati paladini della tolleranza, i “buoni” che amano salire in cattedra per impartire la lezioncina al popolo rozzo, retrogrado e indisciplinato.

 

Fonte: Lorenzo Gioli nicolaporro.it

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