Il sociale non si fa con le case degli altri: Draghi e Chelli (FdI) smontano la moratoria degli sfratti

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Il sociale non si fa con le case degli altri: Draghi e Chelli (FdI) smontano la moratoria degli sfratti

C’è un principio che dovrebbe essere elementare, ma che una certa sinistra dimentica ogni volta che si parla di emergenza abitativa: la solidarietà è un dovere della comunità, non un obbligo da scaricare a senso unico su chi possiede una casa.

A Firenze e nella Piana la polemica è esplosa il 14 ottobre 2026. I consiglieri comunali di Fratelli d’Italia Alessandro Draghi, Angela Sirello, Matteo Chelli e Giovanni Gandolfo hanno risposto al consigliere di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e al sindaco di Campi Bisenzio Andrea Tagliaferri, entrambi favorevoli a una moratoria degli sfratti. Per FdI il rischio è evidente: trasformare i proprietari privati negli ammortizzatori sociali delle inefficienze pubbliche

A rispondere, e non è un caso, sono due volti che a Palazzo Vecchio pesano. Draghi è consigliere comunale dal 2019, eletto due volte, ed è vicepresidente vicario del Consiglio. Non è un uomo da comparsate: nel maggio 2020 guidò gli eletti di FdI in una notte simbolica a Palazzo Vecchio, per portare nell’agenda cittadina le rivendicazioni dei lavoratori. E quando Firenze ha discusso di affitti brevi, il centrodestra ha scelto di giocare una sola carta, quella di Draghi: estendere il blocco anche alle zone vicine alle nuove linee della tramvia e all’aeroporto, perché la relazione tecnica guardava ai rischi di oggi e trascurava quelli di domani. Visione, non slogan.

Accanto a lui Matteo Chelli, classe 1999, uno dei volti più giovani dell’aula. Arriva dall’esperienza nel consiglio del Quartiere 5 e nel 2024 si è guadagnato il seggio sul campo: 1.010 preferenze, terzo degli eletti di FdI, a ridosso di Sirello (1.126) e Draghi (1.125), separati da un solo voto

Il suo nome ricorre con continuità negli ordini dei lavori del Consiglio, tra interrogazioni e atti su temi concreti che toccano la vita quotidiana dei fiorentini. Politica di quartiere, quella che si fa con i piedi per strada.
La questione merita di essere affrontata senza slogan, ma anche senza ipocrisie. L’emergenza abitativa esiste, colpisce famiglie, lavoratori e pensionati, e richiede interventi concreti. Ma riconoscere un problema sociale non significa accettare qualsiasi soluzione venga presentata in nome della solidarietà.
Il sindaco di Campi Bisenzio Andrea Tagliaferri ha chiesto alla prefetta di Firenze una moratoria degli sfratti per i prossimi mesi, proponendo di estenderla all’intera Città metropolitana. Secondo la stampa locale, nel territorio comunale erano oltre quaranta gli sfratti programmati entro la fine del 2026, otto dei quali con esecuzione prevista entro dicembre e intervento della forza pubblica. Tagliaferri ha descritto una situazione sempre più difficile anche per nuclei con uno o due stipendi, incapaci di sostenere i canoni di mercato.
Sono situazioni che non vanno sottovalutate.

Ma proprio perché il problema è serio, le risposte devono essere efficaci, sostenibili e rispettose dei diritti di tutti. Una moratoria generalizzata mette sullo stesso piano situazioni profondamente diverse: la famiglia che non paga perché ha perso il lavoro, il pensionato improvvisamente in difficoltà e chi, pur avendo le risorse, sceglie di non rispettare il contratto

La differenza non è un dettaglio burocratico. È il confine tra una politica sociale ragionevole e una misura indiscriminata che premia allo stesso modo comportamenti opposti.
La morosità incolpevole va affrontata con strumenti di sostegno; la morosità deliberata non può diventare un lasciapassare. Stabilire chi sia davvero in difficoltà richiede verifiche concrete, perché non basta presumere la malafede di chi non paga. Ma proprio per questo servono interventi mirati, non rinvii indistinti.
Sul piano nazionale la linea di FdI è tutt’altro che improvvisata. Già nel 2021 Giorgia Meloni chiedeva di superare un blocco degli sfratti che non distingue tra chi è in morosità incolpevole e chi occupa abusivamente. E nel novembre 2025 al Senato è arrivata una proposta di legge a prima firma Paolo Marcheschi (FdI), che punta a velocizzare gli sfratti per chi non paga da almeno due mesi e prevede anche un Fondo nazionale per l’emergenza abitativa. Le opposizioni e l’Unione Inquilini hanno sollevato obiezioni, ed è giusto che il confronto resti aperto. Ma la direzione è chiara: tutele per chi è fragile, regole certe per tutti.
I numeri nazionali aiutano a capire. Secondo i dati del Ministero dell’Interno richiamati in un dossier del Senato, nel 2024 sono stati emessi 40.158 provvedimenti di sfratto per immobili a uso abitativo.

Nello stesso anno sono state presentate 81.054 richieste di esecuzione agli ufficiali giudiziari e ne sono state eseguite 21.337. Il 74,8% dei provvedimenti era riconducibile alla morosità o ad altre cause, il 19,5% alla finita locazione e il 5,7% alla necessità del locatore

Una precisazione è doverosa: questi dati non permettono di distinguere quanti inquilini non potessero pagare e quanti fossero semplicemente inadempienti. Sarebbe scorretto usarli per sostenere che la maggioranza degli sfrattati sia in malafede. Dimostrano però che la morosità è una componente centrale del problema e che le procedure coinvolgono una platea molto più ampia dei soli sfratti eseguiti.
Dietro ogni procedura possono esserci storie difficili. Ma dietro ogni contratto di locazione c’è anche un proprietario che ha messo a disposizione un bene, spesso acquistato con anni di risparmi o con un mutuo ancora da pagare. Un piccolo proprietario non è per forza un ricco speculatore: può essere una famiglia che integra il reddito con un appartamento, un pensionato che vive di quel canone, una persona che sta ancora pagando le rate della casa.

Quando l’inquilino non paga, il proprietario non smette di sostenere le proprie spese. Il mutuo continua, le imposte non spariscono, le spese condominiali restano e la manutenzione non si paga da sola. E se l’immobile resta indisponibile a lungo, il danno si aggrava

Ecco la domanda che la sinistra dovrebbe porsi prima di invocare un blocco degli sfratti: chi paga il conto di questa solidarietà?
Se la risposta è sempre il privato, non siamo davanti a una politica abitativa strutturata, ma alla redistribuzione forzata dei costi di un problema collettivo. Si invoca l’intervento pubblico, ma si pretende che a finanziarlo sia chi non ha scelto di svolgere una funzione assistenziale e non riceve alcun indennizzo.
Il diritto all’abitazione è un interesse fondamentale e merita protezione. Ma non cancella il diritto del proprietario a godere del proprio bene, tutelato dall’articolo 42 della Costituzione. La stessa legislazione sulle locazioni prevede già strumenti per gli inquilini in difficoltà: l’articolo 55 della legge 392 del 1978 disciplina il cosiddetto termine di grazia, che consente di sanare la morosità pagando canoni e oneri dovuti entro i termini fissati dal giudice.
Non c’è, dunque, un sistema in cui l’inquilino sia privo di protezione. Il punto è garantire che le tutele siano proporzionate, senza trasformare una misura eccezionale in un rinvio indefinito della soluzione.

La Corte costituzionale, con la sentenza n. 79 del 2020, ha affrontato proprio il bilanciamento tra l’interesse abitativo del conduttore e il sacrificio imposto al locatore, esaminando i limiti della disciplina sulla sanatoria della morosità

Non è un divieto generale di moratorie, ma un richiamo a quanto sia delicato l’equilibrio tra la tutela dell’inquilino e le conseguenze che ricadono sul proprietario.
La soluzione, quindi, non può essere limitarsi a fermare gli sfratti. Occorre aumentare gli alloggi accessibili, recuperare il patrimonio pubblico inutilizzato, rendere più efficaci i contributi per le famiglie realmente in difficoltà e favorire accordi tra proprietari e inquilini prima dell’esecuzione. Servono risorse adeguate per l’edilizia residenziale pubblica e procedure capaci di distinguere le emergenze sociali dai normali contenziosi contrattuali.
Ed è qui che le amministrazioni vanno giudicate sui risultati, non sulle dichiarazioni.

A Firenze, Palagi ha denunciato che gli alloggi popolari vuoti sarebbero circa 800, citando quanto riferito dalla sindaca Sara Funaro l’11 ottobre, e ha sostenuto che con 2,06 milioni di euro spesi in 41 mesi per blindare alloggi sfitti si sarebbero potuti rimettere a posto 82 appartamenti

Sono cifre riportate nel suo intervento pubblico del 14 ottobre, da verificare nel dettaglio attraverso gli atti amministrativi, i costi di recupero e la condizione dei singoli immobili.
Se i dati saranno confermati, la questione diventerà ancora più evidente: prima di chiedere ai proprietari privati altri sacrifici, le istituzioni dovranno dimostrare di aver usato al meglio le risorse e il patrimonio che già possiedono.

È legittimo chiedere che nessuna famiglia resti senza assistenza

È altrettanto legittimo domandare perché una città con un patrimonio abitativo pubblico non riesca a dare risposte sufficienti a chi ne ha bisogno. Ma la risposta non può essere trasferire automaticamente l’onere sui cittadini che affittano una casa.
Il punto non è scegliere fra proprietari e inquilini. È impedire che il conflitto fra le due categorie diventi un alibi per l’assenza di una politica abitativa che funzioni.
Chi perde il lavoro e non riesce più a pagare deve poter contare su un sostegno tempestivo. Chi è fragile deve essere accompagnato verso una soluzione abitativa dignitosa. Chi può pagare e non lo fa deve rispondere delle proprie obbligazioni secondo la legge. E chi amministra deve mettere a disposizione strumenti, risorse e alloggi adeguati, invece di affidare l’emergenza alla disponibilità economica dei singoli proprietari.

La solidarietà non può essere una tassa occulta imposta a chi possiede un immobile. E la proprietà privata non può essere un diritto da rispettare solo quando non interferisce con le esigenze della politica

Palagi e Tagliaferri hanno il diritto di avanzare le loro proposte. Ma hanno anche il dovere di spiegare quali garanzie offrono ai proprietari, quali criteri delimitano la moratoria, chi sostiene il costo dei mancati canoni e con quali tempi si troverà una sistemazione alternativa per le famiglie coinvolte.
Perché uno stop generalizzato, senza risorse, verifiche e soluzioni abitative reali, rischia soltanto di spostare il problema più avanti, aggravando le perdite di chi non incassa l’affitto e lasciando gli inquilini nell’incertezza.

L’emergenza abitativa non si risolve con una contrapposizione ideologica fra chi ha una casa e chi la cerca. Si risolve con più alloggi, istituzioni efficienti, aiuti mirati e regole rispettate da tutti. Ed è questa la linea che Draghi, Chelli e i colleghi di FdI hanno portato in aula

Altrimenti resta una domanda, semplice e inevitabile: perché, quando lo Stato e i Comuni non riescono a garantire una casa a chi ne ha bisogno, il conto deve presentarlo sempre il piccolo proprietario?
Il sociale sì, ma con le risorse pubbliche, con criteri giusti e con responsabilità precise. Non con le case degli altri.

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