IL PD È ORMAI SOLO SCHEILENIANO
Il partito che si è mangiato i suoi figli
Il 4 giugno 2026 Pina Picierno ha fatto quello che molti nell’area riformista del Partito Democratico pensavano da tempo senza trovare il coraggio di dirlo ad alta voce: ha chiuso la porta.
«La casa dei riformisti non c’è più. Non si può essere ambigui con il fascismo putiniano e gli estremismi», ha dichiarato al Foglio, con la lucidità secca di chi sa di non avere più nulla da negoziare
Il PD del Lingotto, quello che aveva provato a tenere insieme giustizia sociale e libertà individuale, tensione socialista e sensibilità liberale, ha subito uno snaturamento per scivolamenti inesorabili, senza una reale discussione congressuale, senza nemmeno il diritto di discuterne.
Non è un addio impulsivo. È la certificazione di un processo che si consumava da mesi nell’ombra, tra chat riservate e marginalizzazioni silenziose. Picierno ha richiamato apertamente l’esistenza di campagne di discredito coordinate da dirigenti nazionali del PD contro di lei — metodi che «raccontano un passato che non deve tornare».
La risposta della segreteria?
Il silenzio. Lo stesso silenzio che accompagna ogni forma di dissenso interno quando il dissenso porta il marchio riformista.
Non è il primo addio e non sarà l’ultimo. Nelle settimane precedenti aveva già lasciato Marianna Madia, approdata nell’orbita di Italia Viva. Attorno ai nomi di Giorgio Gori e Graziano Delrio circolano voci di nuovi strappi imminenti. Lorenzo Guerini ha chiesto pubblicamente che l’uscita di Picierno «sia valutata con attenzione e con rispetto» — diplomaticamente, ma con il tono di chi sta contando i passi verso l’uscita. Emanuele Fiano, presidente di Sinistra per Israele, ha scelto di restare pur ammettendo «posizioni che non condivido» e una «mancanza di dialogo» su temi fondamentali, citando il silenzio di Schlein sulla questione della Brigata Ebraica. Anche la parlamentare Lia Quartapelle ha riconosciuto che nel partito «resta ancora molto lavoro da fare» sulla cultura del confronto.
Sono voci di chi rimane, ma senza più illusioni.
Il punto di frattura più profondo è la politica estera. Picierno ha indicato come momento rivelatore il dibattito sulla Difesa comune, trasformato in «una discussione prevalentemente identitaria», con il partito più impegnato a discutere di se stesso che della realtà che aveva davanti. Il campo largo, così come si è configurato, sembra tenere insieme soggetti che condividono un approccio sempre più indulgente verso il populismo russofono e una lettura del conflitto israelo-palestinese che ha trasformato una causa in un codice tribale.
Persino voci interne, come quella del senatore Verini, hanno parlato apertamente di «forme di radicalizzazione incomprensibili» visibili dentro lo stesso PD
La stagione delle ultime amministrative ha aggiunto un elemento che la segreteria preferisce non commentare: la proliferazione di candidati di fede musulmana nelle liste dem — da Venezia a Torino, da Bologna a Brescia — non è un fenomeno spontaneo ma la tessera di una strategia deliberata di allargamento del bacino elettorale, intrecciata con il sostegno strutturale allo ius soli come leva di consenso.
Il caso veneziano è stato il più emblematico: una nutrita delegazione della comunità bengalese candidata nelle liste PD con la costruzione di una grande moschea a Mestre come cavallo di battaglia elettorale.
La contraddizione è stridente. Lo stesso partito che per anni ha ingaggiato battaglie durissime sulla laicità — contro il crocifisso nelle scuole, contro il presepe nello spazio pubblico — ha improvvisamente ammorbidito quella rigidità quando il riferimento religioso non è cristiano. Identità selettiva, si direbbe.
Una scelta che non ha premiato: i risultati in diverse piazze competitive hanno confermato le difficoltà di un campo largo incapace di costruire coalizioni credibili fuori dai propri fortini
C’è poi la questione toscana, che chi vive in questa regione conosce bene. Giani è stato tenuto in sospeso fino all’ultimo, usato come moneta di scambio per imporre un’alleanza con il Movimento 5 Stelle che lo ha costretto a sconfessare se stesso: dal rigassificatore di Piombino — che difendeva per ragioni serie di sicurezza energetica — a una forma di reddito di cittadinanza regionale. Non è stato un accordo politico.
È stata un’abiura. È il metodo schleiniano applicato al territorio: o accetti la linea o esci. Giani ha scelto di restare, a caro prezzo. Picierno ha scelto diversamente.
Italia Viva, in tutto questo, svolge la funzione di foglia di fico
Renzi — irrilevante elettoralmente, ininfluente programmaticamente — garantisce alla narrazione del campo largo una patina di pluralismo riformista altrimenti insostenibile. È uno scudo puramente estetico. Nessuna delle scelte portanti della coalizione porta il suo marchio: né sulla difesa, né sull’Ucraina, né sull’economia. Renzi c’è, ma non pesa.
E il PD lo sa, e lo usa
Sul fronte fiscale, il tema delle patrimoniali torna con crescente insistenza nel vocabolario della sinistra schleiniana. La memoria degli italiani non è così corta. Ogni annuncio di «imposta sui ricchi» ha storicamente prodotto misure che hanno colpito il ceto medio. L’ICI sulla prima casa ne è l’esempio più noto: pensata per le abitazioni di lusso, si è abbattuta su milioni di proprietari ordinari. Le tasse di successione abolite da Berlusconi erano odiate a sinistra, ma erano benvolute da quella piccola borghesia che aveva qualcosa da lasciare ai figli.
Quell’elettorato il PD attuale sembra averlo deliberatamente abbandonato.
Il che apre l’interrogativo più scomodo
La radicalizzazione progressiva — l’abbandono dei temi del ceto medio, i linguaggi identitari, la costruzione di un blocco elettorale di minoranze fidelizzate — può essere letta non solo come deriva ideologica ma come calcolo freddo in un contesto di astensionismo crescente. Con meno votanti alle urne, un nucleo compatto e motivato garantisce percentuali stabili anche a fronte di un’emorragia nel centro.
Cinico, ma politicamente razionale. Il problema è che non produce governi: produce opposizione permanente
E qui sta il danno più grave, che va oltre le sorti del PD. Un paese con uno dei debiti pubblici più pesanti al mondo, senza una politica energetica strutturale in assenza del nucleare, inserito in una congiuntura internazionale sempre più instabile, avrebbe disperatamente bisogno di un’opposizione capace di proporre e non solo di denunciare, di costruire e non solo di resistere.
Se l’emorragia riformista continua — e tutto indica che continuerà — ciò che rimane a riempire quello spazio sarà qualcosa di molto meno ragionevole
Ed è questo, più di qualsiasi sondaggio, il rischio reale che l’addio di Picierno porta con sé.
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