IL NUCLEARE CHE FINGIAMO DI NON VOLERE

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IL NUCLEARE CHE FINGIAMO DI NON VOLERE

C’è un rito che si ripete identico ogni volta che in Italia si prova a parlare di nucleare: qualcuno tira fuori i due referendum, quello del 1987 e quello del 2011, agitandoli come una sentenza divina, inappellabile, valida per sempre.

Peccato che tra il primo voto e oggi siano passati quasi quarant’anni, un’era geologica per una tecnologia che nel frattempo ha attraversato tre generazioni di reattori e sistemi di sicurezza che con Chernobyl non hanno più nulla a che fare

Ma si sa, in Italia il dibattito pubblico funziona così: si congela un voto in un’epoca precisa e lo si trasforma in un totem intoccabile, comodo per non doverci più ragionare sopra.

Nel frattempo la realtà, quella vera, va avanti senza chiedere il permesso agli ideologi di professione. L’Italia importa oggi il 16,3% del proprio fabbisogno elettrico dall’estero, con Svizzera e Francia che da sole coprono l’84,7% di quei flussi, e quote minori che arrivano da Slovenia, Austria, Grecia e Montenegro. Tradotto dal linguaggio dei report Terna a quello onesto delle cose: l’energia nucleare francese, svizzera e slovena la usiamo comunque, ogni giorno, senza interruzione.

Solo che la paghiamo a prezzo di importazione, senza un solo posto di lavoro sul nostro territorio e senza alcuna voce in capitolo sulla sicurezza di centrali che sono, letteralmente, a ridosso dei nostri confini

Krško, in Slovenia, dista meno di duecento chilometri da Trieste. Abbiamo vietato il nucleare a casa nostra e lo importiamo bello e pronto da chi lo costruisce a due passi da noi. Se questa è coerenza, allora la parola ha smesso di significare qualcosa.

E qui si arriva al punto più imbarazzante di tutta la vicenda, quello che i sacerdoti del referendum eterno evitano accuratamente di raccontare: mentre in Italia si continua a discutere se il nucleare sia sicuro, le nostre aziende lo progettano e lo costruiscono all’estero, con successo e con contratti miliardari

Ansaldo Nucleare, genovese, sta realizzando in Romania, sul sito di Cernavoda, reattori di ultima generazione: gestisce il refurbishment dell’Unità 1 con un contratto che supera i 400 milioni di euro, e insieme a Candu Energy, Fluor Corporation e Sargent & Lundy si è aggiudicata la costruzione delle Unità 3 e 4, che dopo il 2031 arriveranno a coprire il 66% del fabbisogno di energia pulita romena. SACE ha stanziato fino a 2 miliardi di euro per sostenere il programma nucleare di Bucarest. Il know-how italiano esiste, è competitivo, viene richiesto e pagato all’estero.

Lo vendiamo ai romeni mentre a Roma ci raccontiamo la favola che il nucleare non fa per noi

Siamo il paese che esporta ingegneri nucleari e importa elettricità nucleare: se qualcuno ha ancora bisogno di una definizione di autolesionismo, eccola servita.

Certo, va detto con onestà anche questo: costruire un reattore, dal cantiere alla connessione in rete, richiede tra gli otto e i diciassette anni a seconda del paese e dell’iter autorizzativo. Non sono tempi brevi, e chi promette centrali italiane in pochi anni racconta bugie tanto quanto chi giura che il referendum del secolo scorso resti valido in eterno.

Ma qui casca l’asino di chi si oppone per principio: gli stessi tempi, spesso più lunghi, servirebbero per riconvertire l’intero parco auto nazionale all’elettrico alimentato solo da eolico e fotovoltaico, eppure quella scadenza al 2035 viene difesa come un dogma, mentre il nucleare viene bocciato come utopia

La stessa politica che chiede prudenza infinita sull’atomo pretende accelerazione impossibile sulle rinnovabili, e il conto lo paga sempre lo stesso cittadino, in bolletta.

Perché va detto anche questo, senza sconti: eolico e fotovoltaico sono fonti intermittenti per natura, producono quando vogliono loro e non quando serve a noi. Ogni buco di produzione viene tappato con il gas, con tanto di emissioni annesse, mentre i costi reali di accumulo, stoccaggio e potenziamento delle reti restano accuratamente fuori dallo scontrino quando si vuole vendere l’idea di un’energia pulita e gratuita.

Non è transizione ecologica, è marketing travestito da coscienza ambientale, ed è pagato da chi poi si lamenta delle bollette senza fare mai il collegamento tra le due cose

È lo stesso schema mentale di chi crede che basti un sussidio a pioggia per creare ricchezza al posto del lavoro e dell’industria vera.

È l’autolesionismo ideologico che vorrebbe tenerci agnelli in un mondo di lupi che il nucleare lo progettano, lo costruiscono e ce lo rivendono già confezionato, dentro la bolletta

Mal voluto non fu mai troppo.

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