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Home L'Editoriale

Il nemico di ieri, l’alleato di oggi: 40 anni di rapporti USA e jihadismo

di Francesco Petrone
21 Luglio 2026
In L'Editoriale
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Al Shabaab
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Il nemico di ieri, l’alleato di oggi: 40 anni di rapporti USA e jihadismo
Dall’asse anti-sovietico degli anni 80 alla Siria del 2025: la linea “il nemico del mio nemico è mio amico” applicata per quattro decenni

Da decenni circola un sospetto preciso: che alcuni servizi segreti statunitensi abbiano avuto contatti, finanziamenti e collaborazioni con pezzi dell’integralismo islamico

È una storia complicata, ma ha dei punti fermi.
Il primo capitolo è l’Afghanistan. Nel 1979 l’Unione Sovietica invade il paese. Per Washington è l’occasione per infliggere all’URSS il suo “Vietnam”. Parte l’Operazione Cyclone della CIA: soldi, armi e addestramento ai mujahideen. Il Pakistan fa da canale e da campo di addestramento. L’Arabia Saudita mette altri miliardi e invia i predicatori wahabiti. Finanzia anche le madrase al confine pakistano, dove verranno formati i futuri talebani. Israele ha un ruolo più defilato, ma secondo varie ricostruzioni fornisce armi tramite terzi, intelligence con il Mossad e coordinamento.

L’obiettivo di quell’asse USA – Arabia Saudita – Israele era uno: fermare l’avanzata sovietica e colpire i governi laici e nazionalisti nel mondo arabo. L’idea di fondo era usare l’islam politico radicale come argine al comunismo ateo

Dai campi in Pakistan e dalle scuole coraniche saudite escono i combattenti. Tra loro c’è Osama Bin Laden, che con fondi sauditi e copertura americana fonda Al Qaeda nel 1988 proprio in Afghanistan. Dallo stesso ambiente nascono i futuri talebani. Per Israele e Riad il nemico comune era l’asse URSS – Siria – Iraq – OLP. In Afghanistan si sperimenta per la prima volta una collaborazione volta a creare una “cintura islamista” anti-sovietica e anti-iraniana.
L’URSS esce sconfitta nel 1989. Restano però sul terreno armi, addestramento, soldi e una rete di combattenti jihadisti. Dieci anni dopo quegli stessi “combattenti per la libertà” diventano il nemico numero uno di Washington. Vent’anni dopo gli USA tornano in Afghanistan per combatterli.

Quello schema si ripete. Negli anni 90 e 2000 report e inchieste segnalano contatti tra intelligence occidentali e gruppi islamisti usati come forza di terra contro governi ostili, in Bosnia, Kosovo, Libia, Siria

In Siria tra il 2012 e il 2014 gli USA armano i cosiddetti “ribelli moderati”. Molte di quelle armi finiscono a Jabhat al-Nusra e ad altre formazioni legate ad Al Qaeda. Lo stesso Pentagono lo ammette.
Il caso più recente riguarda Ahmed al-Sharaa, noto anche come Abu Mohammad al-Julani. Il suo percorso è documentato: prima dell’invasione dell’Iraq del 2003 entra in Al Qaeda in Iraq e combatte per tre anni nell’insorgenza. Viene arrestato dagli americani e resta in carcere dal 2006 al 2011. Uscito, con il sostegno di Al Qaeda fonda Jabhat al-Nusra, il ramo siriano dell’organizzazione. Il gruppo è responsabile di attentati, rapimenti e assassinii. Dal 2016 prova a presentarsi come parte della “rivoluzione siriana” e prende le distanze dal jihad globale.

Dopo il crollo del regime di Assad a seguito di un golpe militare, al-Sharaa si autoproclama presidente di transizione della Siria. A maggio 2025 viene ricevuto alla Casa Bianca da Donald Trump e gli Stati Uniti lo rimuovono dalla lista dei terroristi globali. La motivazione ufficiale è la stabilizzazione della Siria e la lotta all’ISIS.

Secondo indiscrezioni emerse durante la “guerra con l’Iran” del 2026, Washington avrebbe chiesto a Damasco di intervenire militarmente in Libano, inviando truppe e colpendo obiettivi insieme a Israele e all’IDF per indebolire Hezbollah. Il governo siriano rifiuta lo stesso giorno in cui Israele annuncia l’invasione di terra nel sud del Libano.
Il 16 giugno Trump dichiara pubblicamente di non essere soddisfatto di come Israele ha gestito la guerra in Libano e afferma che, se Israele non riesce a “fare il lavoro senza uccidere tutti gli altri”, allora la Siria dovrebbe farlo, in un’operazione congiunta con gli USA. Dice anche che una proposta simile era già stata fatta in passato sia a Israele che a Damasco. Il ministro degli esteri siriano Asaad al-Shaibani replica che la Siria non intende intervenire direttamente in Libano. Anche lo stesso al-Sharaa a marzo aveva detto che la Siria sarebbe rimasta fuori da qualsiasi conflitto a meno di un attacco diretto al paese.

Nei fatti però la Siria è già coinvolta in modo indiretto: mobilitazione dell’esercito al confine libanese e sostegno al disarmo di Hezbollah

Intanto il paese resta un teatro di scontro tra Iran e Stati Uniti. Il 16 gennaio 2026 gli USA colpiscono nel nord-ovest siriano. Il 27 marzo l’Iran minaccia di colpire tre siti in Siria che ospiterebbero unità americane. Venerdì scorso i Pasdaran rivendicano un attacco a un centro di comando delle forze speciali USA ad al-Tanf.

Oggi in Siria ci sono basi americane, raid aerei e ritorsioni incrociate. I tentativi di spingere Damasco dentro al fronte Libano-Hezbollah non hanno avuto esito e Damasco continua a dire di voler restare fuori.

La linea seguita dagli USA negli ultimi decenni è sempre la stessa: “il nemico del mio nemico è mio amico. Poi vedremo”. Prima contro l’URSS, poi contro Assad, poi contro l’ISIS, oggi in nome della pace e della stabilità. È lo stesso schema della Pax Americana e dei 250 interventi militari americani dal 1991 in poi: si parla di pace e distensione, ma sul campo si lavora con chi serve in quel momento.

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Tags: IN EVIDENZAISISISLAMJIHADUSA
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