Il Dott. De Donno si toglie la vita

L'ex primario del Poma vittima della stanchezza della lotta al Covid

De donno

Giuseppe De Donno, 54 anni, ex primario pneumologo del Carlo Poma e uomo simbolo della lotta al coronavirus soprattutto tramite l’utilizzo del plasma iperimmune, si è tolto la vita. Oggi pomeriggio, 27 luglio, nella sua abitazione di Curtatone, lasciando senza parole tutto il mondo della sanità mantovana e i tanti suoi estimatori.

Pochi giorni fa aveva programmato un’uscita con gli amici per sabato scorso.

«Mi dispiace – aveva detto – ma non posso venire, voglio stare con mia moglie, sarà per un’altra volta».

Nessuno ci ha fatto caso più di tanto, perché sembrava una giustificazione più che legittima.

«Giuseppe – racconta uno dei suoi più cari amici, Roberto Mari, presidente del consiglio comunale di Porto Mantovano – era così.

Ti diceva di sì e poi un attimo dopo cambiava idea. Sapevamo che aveva attraversato un momento difficile nei lunghi mesi di lotta al Covid, ma sembrava aver trovato nuovo slancio nella sua nuova professione.

Di lui posso dire che ho avuto a che fare con un medico che ha creduto fermamente nella cura del prossimo, tanto che ha sempre visitato tanta gente anche senza farsi pagare.

Ci teneva al rapporto con il paziente».

La sua vita

Il medico lascia nel dolore la moglie Laura Mizzulinich e i figli Edoardo e Martina.

Giuseppe De Donno, 54 anni compiuti il 2 luglio, diventa primario facente funzione delle Pneumologia del Carlo Poma nel settembre del 2018 e poi nel dicembre dello stesso anno vince il concorso e diventa primario effettivo.

Al di là del ruolo sanitario era già conosciuto anche al di fuori degli ambienti ospedalieri per essere stato in passato vice sindaco di Curtatone.

Diploma al liceo classico, ha conseguito la laurea in Medicina e Chirurgia all’università di Modena con 110 e lode. Dal 2010 al 2013 è stato responsabile della struttura semplice “Programma di assistenza domiciliare respiratoria ad alta intensità per pazienti dipendenti della ventilazione meccanica domiciliare”.

Dal 2001 al 2009 ha ottenuto anche l’incarico di alta professionalità per i disturbi respiratori nel sonno.

Nel 2013 è dirigente medico della struttura complessa di Pneumologia e Utir (unità intensiva respiratoria) dell’Asst Carlo Poma.

Con la sperimentazione del plasma iperimmune ha ottenuto una visibilità mediatica nazionale e internazionale. Anche grazie al suo modo di comunicare attraverso i social, dai quali si è improvvisamente allontanato mesi fa dopo aver scoperto che molti suoi supporter erano in realtà gruppi no vax.

La lotta al Covid

Un medico di provincia ben presto diventato un personaggio a livello internazionale. Nell’ultimo anno e mezzo di emergenza sanitaria inseguito da giornali e tv che se lo contendevano per capire se avesse davvero trovato la cura contro il Covid-19 insieme al suo collega e amico Massimo Franchini, primario del Trasfusionale del Carlo Poma.

E in questi lunghi mesi di battaglia ha fatto anche molto discutere per le sue continue uscite sui social. Prima post a valanga e poi il silenzio per alcune settimane. Poi di nuovo in pista e infine lo stop definitivo.

Era andato anche in tv a battagliare con i volti noti dalla medicina e della scienza italiana che dubitavano sull’efficacia del plasma iperimmune. (memorabile il duello a Porta a Porta con il professor Giuseppe Ippolito dello Spallanzani di Roma, ndr). Era apparso in un faccia a faccia con Matteo Salvini e in diverse puntate della trasmissione “Le Iene”.

Era diventato un idolo per migliaia di suoi fan che hanno aperto con il suo nome gruppi su Fb per sostenere il suo operato e incitarlo ad andare avanti nonostante le critiche, a volte anche crudeli e offensive.

Aveva ricevuto decine di premi in ogni parte d’Italia, tra cui alcune cittadinanze onorarie.

Nel mezzo anche qualche indiscrezione su una sua possibile candidatura alla carica di sindaco di Mantova, poi caduta nel vuoto.

Di certo in questi diciassette mesi di lotta al coronavirus non si è mai risparmiato lavorando in ospedale anche 18 ore al giorno. E ricordando in più occasioni le notti trascorse sulla poltrona del suo studio al Poma senza tornare a casa.

E questo potrebbe aver influito sulla scelta drastica di cambiare vita pur senza smettere il camice bianco.

De Donno, del resto, ad un certo punto non ha mai nascosto che la guerra al Covid e la grande esposizione mediatica lo abbiano in un certo senso provato anche fisicamente.

E tra i motivi dell’addio al Poma c’è anche probabilmente una dose di stanchezza, non disgiunta dalla volontà di dare un contributo alla medicina territoriale nei confronti della quale ha sempre provato una certa attrazione.

Ma improvvisamente la stanchezza si è fatta angoscia, un male oscuro contro il quale De Donno ha lottato per alcuni mesi.

Fonte: Gazzetta di Mantova

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