Il decalogo di Barbiana: politica come missione

Il decalogo di Barbiana: politica come missione

“Il sogno è per Firenze la missione storica da secoli”. Inizia così la presentazione di Giannozzo Pucci all’ultimo libro di Alessandro Mazzerelli (Il sogno di Don Milani, LEF, 2022).

Il mio pensiero

In un mio recente intervento, durante la presentazione dello stesso libro nel palazzo comunale di Campi Bisenzio, sono partito proprio da questa sottolineatura. Dall’Umanesimo in poi Firenze è stata terra di profezia: città di vita, ombelico del mondo, Gerusalemme celeste. Ed anche nel Novecento ha avuto grandi profeti ed anticipatori dei tempi nuovi: tra gli altri Giorgio La Pira e Don Lorenzo Milani.

In relazione al priore di Barbiana basti pensare a quel “decalogo”, dettato nel lontano 1966, al giovane Mazzerelli, che cerca di sanare le contraddizioni aperte tra fede e politica. Sono regole quasi al di sopra del tempo e della storia; ma non per questo sogno irrealizzabile, visto che, come dice Don Milani, “solo chi cammina per terra guardando in alto è immortale”.

Ambito interiore

Se ci soffermiamo sulle ultime tre indicazioni del decalogo, abbiamo la netta percezione che è palesemente inesatto definirle solo “regole”, visto che fanno chiaro riferimento ad un elemento spirituale, un substrato soprannaturale che è precedente ad ogni semplice regola etico-politica. Meglio parlare allora di “un abito interiore”, vivida luce che rimanda non solo al bene comune della città degli uomini, ma alla città di Dio.

Così recita la terz’ ultima: irreprensibilità morale nella vita pubblica e privata. La penultima: predisposizione della lista dei candidati, a qualunque carica pubblica, mediante una “scala di meriti”. La finale: esercitare la politica come servizio. Evitando qualsiasi contrasto personale con gli altri servitori.

Potremmo allora concludere, collegandole tutte e tre con una riflessione comune: trasparenza personale, merito riconosciuto, predisposizione al servizio (essere servo dei servi di Dio, come scriveva Papini) non sono per il cristiano opzioni, ma vocazione.

Ambrogio

E mi piace ricordare la meravigliosa scena cristiana che segue. In una chiesa gremita fino all’inverosimile, l’assemblea cristiana cittadina sta discutendo animatamente sul nome del futuro vescovo. Il governatore Ambrogio si recò in quella chiesa per calmare gli animi ed incoraggiare la difficile scelta attraverso il dialogo ed il rispetto reciproco. Il popolo accolse le sue esortazioni perchè era stimato e credibile. Qualcuno dalla folla, sembra un bambino, gridò forte: Ambrogio Vescovo. Fu così che l’assemblea meneghina trovò un vero Pastore, santo e dottore della Chiesa d’Occidente.

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