IL COMUNE DI FIRENZE PER NOI STA SBAGLIANDO CON I LUPI DI TOSCANA. LO DICIAMO IN TEMPI NON SOSPETTI, A FUTURA MEMORIA.
I Lupi di Toscana sono un progetto da ripensare prima che sia troppo tardi.
La riqualificazione dell’ex caserma Lupi di Toscana viene presentata come un fiore all’occhiello dell’urbanistica fiorentina e dalla sindaca Funaro. Si parla del recupero di un’area vasta, senza consumo di suolo, con l’ormai nota formula dell’housing sociale. Sulla carta, questa sembra un’operazione virtuosa.
Nella sostanza, però, emergono fragilità che non possono essere liquidate come semplice polemica, soprattutto dopo le critiche alla gestione urbanistica pubblica, vedi ex Teatro Comunale e scandalo “Cubo Nero”
Il primo dato è oggettivo: il Comune non gestirà direttamente l’intervento. La regia passa a un fondo immobiliare privato e questo, di fatto, è una resa dell’amministrazione su un tema così importante.
È una scelta che nasce da una difficoltà evidente e che prende atto del fatto che Palazzo Vecchio non ha né la forza finanziaria né la struttura organizzativa per sostenere da solo, in autonomia, un’operazione di oltre 20 ettari. Non è un giudizio ideologico, è un dato di fatto.
E qui si apre la questione politica vera
Se l’urbanistica è governo del territorio, cedere la cabina di regia significa accettare che l’interesse pubblico venga mediato da logiche di rendimento. È fisiologico che un fondo immobiliare persegua il proprio equilibrio economico, o per dirla in modo più semplice, i propri interessi. È giusto così: fa il suo mestiere. Ma proprio per questo l’ente pubblico dovrebbe essere doppiamente prudente.
Il fatto che alla gara si sia presentato un solo operatore è un segnale che merita attenzione, una vera e propria spia d’allarme.
Non significa automaticamente che l’operazione sia sbagliata, ma suggerisce che il progetto fosse complesso, rischioso o poco attrattivo. In questi casi, un’amministrazione solida rafforza controlli, pretese qualitative e visione strategica
Un’amministrazione fragile rischia invece di adattarsi all’unico interlocutore disponibile, con il pericolo di dover cedere agli interessi del privato che, lo ripetiamo, è esente da colpe “originali”, ma segue semplicemente le regole del mercato, perché nessun soggetto privato realizza operazioni di questo tipo per beneficenza.
L’inadeguatezza del Comune nel seguire, e ancor meno nel gestire, opere complesse è sotto la lente di ingrandimento in questi giorni. I ritardi nei lavori dello stadio Franchi, le polemiche sulla sostituzione delle travi, le difficoltà organizzative emerse negli ultimi anni non sono dettagli. Sono precedenti che alimentano un dubbio: il Comune è oggi strutturalmente attrezzato per governare operazioni urbanistiche così complesse? Oppure rincorre soluzioni tampone affidandosi al privato quando la scala diventa troppo grande?
Le vicende urbanistiche più controverse, come quella del cosiddetto “Cubo Nero”, pur di natura diversa, insegnano una cosa semplice: i privati fanno legittimamente i propri interessi. Sta al pubblico fissare regole, indirizzi e limiti con fermezza. Se questo equilibrio si indebolisce, il rischio è che l’interesse collettivo diventi secondario e, nel caso specifico, che ciò che nasce come riqualificazione si trasformi nell’ennesima operazione immobiliare di lusso per pochi, come è di fatto avvenuto con la Manifattura Tabacchi.
Ma la questione più strategica riguarda la destinazione dell’area. I Lupi di Toscana non sono un lotto qualsiasi. È una zona cruciale, vicina all’ospedale di Torregalli, presidio fondamentale per un territorio vastissimo che va da San Frediano fino a Montelupo Fiorentino. Un ospedale che necessita di interventi strutturali, con un pronto soccorso sotto pressione e l’assenza di un reparto di medicina nucleare, proprio per mancanza di spazi adeguati, reparto fondamentale per un presidio di questo livello, ad esempio per la cura oncologica.
In più, l’area è prossima alla tranvia, infrastruttura su cui l’attuale amministrazione ha investito molto. Ci stupisce come non si colga un reale miglioramento del servizio tranviario se in quell’area venisse realizzato un polo ospedaliero potenziato, anche considerando la presenza di un parcheggio scambiatore già esistente in zona che, grazie a una semplice e brevissima deviazione, potrebbe consentire il collegamento diretto fino al comparto e a pochi metri dall’ingresso dell’ospedale, garantendo un’accessibilità perfetta senza problemi di parcheggio o traffico.
A questo punto la domanda è legittima: perché limitarsi a un progetto essenzialmente abitativo quando si potrebbe pensare a un disegno più ambizioso? Perché non coinvolgere la Città Metropolitana, visto un interesse che andrebbe oltre i confini del solo Comune di Firenze? Con un progetto del genere potrebbero essere coinvolte la ASL, il Ministero della Salute e altri attori istituzionali per immaginare un ampliamento e potenziamento dei servizi ospedalieri, integrato magari anche con residenze, servizi e verde pubblico. L’ingresso di questi soggetti potrebbe consentire una gestione più mirata e con capacità operative ben diverse.
Un’operazione del genere avrebbe un impatto strutturale, non solo immobiliare. Sarebbe una scelta di politica territoriale di lungo periodo, non una semplice riqualificazione edilizia.
Il punto non è bloccare tutto. Il punto è fermarsi un momento prima che l’impostazione diventi irreversibile e valutare a fondo l’opportunità unica che si presenta con i Lupi di Toscana. Un bene pubblico di questa dimensione non può trasformarsi nell’ennesima operazione che genera rendimenti per pochi e benefici indiretti per molti solo perché si vuole gestire da soli e sfruttare come bene esclusivamente comunale. Deve essere pensato come leva strategica per l’intera area metropolitana.
Ripensare il progetto non significa ammettere un errore. Significa avere il coraggio di alzare l’asticella per qualcosa di più ambizioso e realmente utile alla comunità. Quando un’amministrazione mostra fragilità organizzative e precedenti complessi nella gestione delle grandi opere, la prudenza non è debolezza: è responsabilità.
La vera domanda, allora, è semplice: vogliamo un quartiere in più o un’infrastruttura strategica per i prossimi trent’anni?
La differenza è tutta lì.
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