Il centro in politica potrebbe anche tornerebbe a esistere, se solo qualcuno fosse credibile

Il centro in politica potrebbe anche tornerebbe a esistere, se solo qualcuno fosse credibile

Nel dibattito politico italiano torna ciclicamente un’idea: che non ci sia più spazio per il centro, schiacciato tra due poli sempre più lontani.

È una lettura suggestiva

È anche, però, tremendamente comoda — perché trasforma una difficoltà politica in una legge quasi naturale, contro cui non varrebbe nemmeno la pena combattere.

A rilanciarla è Matteo Renzi, che riprova — ancora — a riposizionarsi come punto di riferimento di un’area riformista, distinta sia dall’attuale maggioranza sia da un centrosinistra sempre più segnato dall’asse Schlein-Conte.

L’operazione è leggibile fino in fondo: intercettare chi non si riconosce negli estremi, offrire una casa a quell’elettorato sospeso che esiste ma non trova rappresentanza

Nobile, in teoria.

Il problema è che questa strategia porta con sé una contraddizione che stride. Chi la propone è colui che non sopportava i partitini nelle coalizioni e adesso che lo è vuol fare ciò che voleva negare quando aveva il 40%.

Se il centro non esiste più, per suicidio politico perpretato da chi Come Renzi ha tradito gli ideali liberali, pur di far parte del campo largo perché ricostruirlo?

E se invece quello spazio c’è ancora — come sembra piuttosto evidente — allora il vero nodo non è la sua scomparsa, ma la credibilità logorata di chi vuole abitarlo.
La narrazione binaria è uno strumento retorico collaudato: semplifica, comprime, spinge verso la scelta obbligata. Ma la storia politica italiana racconta esattamente il contrario.

Le aree intermedie non solo sono sempre esistite, ma spesso hanno avuto un peso determinante negli equilibri di governo

Dichiararne oggi la morte definitiva assomiglia più a un alibi che a un’analisi.
Anche l’idea di costruire alleanze “senza pretendere nulla” suona come una di quelle frasi che funzionano benissimo in un’intervista e malissimo nella realtà.

La politica non si governa con gli atti di generosità: si governa con i rapporti di forza, con una visione, con una leadership che qualcuno — oltre a sé stessi — riconosce come tale. Senza questi ingredienti, ogni progetto unitario resta quello che è: una suggestione.

In filigrana, si intravede qualcos’altro. Il tentativo di rientrare al centro della scena costruendo artificialmente un senso di urgenza collettiva. Unire, semplificare, polarizzare — paradossalmente — la necessità di non polarizzare

È una strategia che può funzionare, ma solo a una condizione che al momento non sembra soddisfatta: avere dietro un consenso reale, non soltanto invocato ad ogni tornata elettorale.

La domanda, allora, non è se esista uno spazio al centro. Esiste, eccome. La domanda è perché, ogni volta che qualcuno si candida a occuparlo, gli elettori finiscano per guardare altrove. E la risposta, probabilmente, non è nei sondaggi — è nello specchio.

Leggi anche:

Exit mobile version