Il braccio di ferro su Taiwan cominci a farsi duro

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Ieri si è tenuta a Pechino la commemorazione per la rivoluzione che nel 1911 portò la Cina a diventare una repubblica e vide il tracollo del Celeste Impero. Il monarca del tempo Pu Yi, venne confinato nella città proibita, un episodio storico che ispirò il famoso film di Bernardo Bertolucci: “l’ultimo imperatore”.

Il presidente cinese Xi Jinping, ha affrontato la questione di Taiwan definendola una questione esclusivamente interna alla Cina, e necessaria per la riunificazione nazionale voluta dagli stessi patrioti taiwanesi.
Immediatamente il governo di Taiwan ha replicato ribadendo il proprio diritto di disporre liberamente del futuro. Ma Jinping non vuole sentire ragioni continuando a definire il secessionismo dell’isola di Taiwan come il più grande ostacolo alla realizzazione del rinnovamento nazionale.

Però il problema non è di secondo piano, né di facile risoluzione nello scenario internazionale. Nei fatti la Repubblica di Cina perse il suo seggio alle nazioni unite nel 1971, in favore della Repubblica Popolare Cinese.
Quindi questo darebbe l’idea di un riconoscimento internazionale in favore del governo di Pechino. Però è anche vero che la Repubblica di Cina amministra in maniera indipendente un territorio da settantadue anni.

Una soluzione come quella di Hong Kong

Il problema potrebbe diventare serio poiché Pechino continua a proporre una soluzione similare a quella di Hong Kong. Un unico stato e due sistemi di governo diversi mantenendo formalmente la democrazia a Taiwan.

È però anche vero che, visti gli sviluppi di Hong Kong, non è una situazione nella quale il governo dell’isola potrebbe avventurarsi con estrema tranquillità.

Ma la vera domanda risiede in cosa farebbe la comunità internazionale se la Cina continentale decidesse di forzare la mano e portare avanti unilateralmente una riunificazione militare.

Da un punto di vista strettamente legato al diritto, probabilmente la Cina potrebbe sostenere con forza la questione interna e che la mancanza di un seggio e di riconoscimento di molti stati non consentirebbe a questi ultimi di ritenere violata la sovranità della Repubblica di Cina, visto che non la riconoscono.

Ma qui il problema è molto più complesso. Un eventuale invasione di Taiwan, sarebbe una prova di forza importante. Se andasse a buon fine la Repubblica Popolare, darebbe un segnale di grande potenza al mondo intero.

È altresì vero che difficilmente le potenze occidentali potrebbero schierare uomini e mezzi in un conflitto tra Taipei e Pechino senza rischiare una pericolosa escalation.

L’unico modo di dare protezione effettiva all’isola, anche se comunque molto rischioso, sarebbe quello di inviare uomini e mezzi a difesa prima di un eventuale attacco in corso. Ma Pechino potrebbe vederla come un intromissione in un affare interno, o molto peggio come un tentativo di mandare truppe in una zona che ritiene sotto la propria sovranità, parte integrante del proprio stato.

I paesi occidentali sono davanti ad una prova estremamente difficile, in un momento in cui la compattezza non la loro forza maggiore.

 

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