Il Bambù potrebbe salvare il pianeta Terra, ecco perché

bambù

Il bambù si sta rivelando una considerabile risorsa naturale e non solo perché rappresenta per il panda, animale simbolo del WWF e degli animali a rischio d’estinzione, il 99% del sostentamento, ne consuma addirittura dai 9 ai 18 chili al girono, ma perché, con gli oltre 30 milioni di ettari sparsi in tutto il mondo, rappresenta soprattutto una valida alternativa per la produzione di biomassa.

Con un ettaro di bambù si arrivano a generare 300 tonnellate di biomassa ogni anno; un ettaro compensa le emissioni annuali di Co2 di circa 40 persone. Numeri snocciolati da Forever Bambù, società fondata dall’imprenditore milanese Emanuele Rissone. L’azienda è impegnata nella piantumazione del bambù gigante, mediante l’agricoltura biodinamica e simbiotica, a fini industriali, alimentari ed energetici.

Bambù gigante

«Uno degli aspetti più interessanti del bambù gigante», spiega Rissone, «è la sua capacità di assorbire CO2 in quantità 36 volte maggiori rispetto a quanto farebbe una foresta o bosco tradizionale, purificando l’aria e generando benefici duraturi nel tempo». Si parla addirittura di 275 tonnellate di CO2 all’anno contro le 7,74 tonnellate di un bosco misto, conifere e latifoglie. Inoltre il bambù è un materiale sostenibile al 100% che trova innumerevoli applicazioni, dall’edilizia al mercato agroalimentare, dal settore tessile al design. «La sua resistenza e versatilità», aggiunge l’ad di Forever Bambù, «ne fanno il perfetto sostituto dell’inquinante plastica».

Nel mondo la coltivazione del bambù occupa attualmente 600 milioni di persone (l’8,5% a livello globale). In Italia, secondo l’Associazione italiana bambù, le maggiori concentrazioni di bambuseti si trovano intorno ai laghi di Como, Maggiore e Garda, in generale in tutta l’area del Paese caratterizzata dal clima temperato compresa tra Cuneo e Trieste. Inoltre, in tutta l’Italia centrale, fino all’altezza di Napoli, specialmente nell’area circostante Frosinone, è possibile trovare molti bambuseti di Phyllostachys Nigra e Aurea.

Il mercato in Italia

In Italia la società di Rissone, che si occupa in particolare della coltivazione di piante giganti, possiede cinque comparti, ovvero foreste, sparsi tra Toscana e Piemonte. Nel mondo riunisce 27 società agricole che hanno piantumato 76.400 piante in 85 ettari. Per il 2021, Forever bambù, che proprio nei giorni scorsi ha annunciato la quotazione a Piazza Affari entro la primavera di quest’ anno, punta a raggiungere i 127 ettari di proprietà, di cui 107 piantumati a bambù gigante. Quanto ci vuole a mettere in piedi una foresta di bambù?

In media una pianta impiega circa 8-9 anni per raggiungere la maturità, una volta piantumata cresce e si espande fino a diventare composta da almeno 25 canne alte fino a 20 metri e con un diametro alla base che può arrivare anche a 20 cm. A maturità raggiunta, il bambuseto viene diradato ogni anno in inverno, per almeno il 30% della superficie. La primavera seguente la foresta avrà fatto ricrescere la porzione diradata per consentire, nell’inverno seguente, di diradare un altro 30%. E così per un secolo, la fioritura gregaria del bambù infatti avviene al centesimo anno dalla piantumazione. A livello mondiale il 27,5% del mercato è rappresentato dalle canne, mentre il 72,5% dai germogli. Insieme vantano oltre 1600 diversi utilizzi industriali ed alimentari.

Il volume d’affari

Vi è un crescente interesse nei confronti dei prodotti a base di bambù. Che trova giustificazione in alcune tendenze di acquisto, orientate a un consumo sempre più sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale. Secondo i dati raccolti dal CRR (Centre for Retail Research), questi prodotti sono passati da un volume di affari di 56 miliardi di euro del 2009 a 114 miliardi nel 2015, con un aumentodel 104%. Se, nel 2009, ogni nucleo familiare europeo spendeva, in media, circa 386 euro in prodotti ecocompatibili (al primo posto la Svizzera, con 555 euro, e all’ultimo la Spagna, con 315) nel 2015 la media europea è salita a 751 euro a famiglia.

 

Chiara Pellegrini per “Libero Quotidiano”

 

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