I mostri esistono

Si decidono le loro donne e i loro bambini

I mostri esistono. Purtroppo è vero. Non è una favola per spaventare i bambini e costringerli a comportarsi bene. Lo abbiamo visto a Senago. I mostri esistono davvero.

Un uomo un mostro

Un mostro è sotto gli occhi di tutti. Non è un gigante con la pelle verde, i denti affilati e le orecchie a punta. Ha un aspetto normalissimo. Sembra uno di noi. La faccia è addirittura quella di un bravo ragazzo ( in apparenza). Non spaventa ciò si vede esteriormente. Spaventa quello che ha fatto e quello che ha dentro.

Spaventa che non abbia una forma esteriore inumana. Spaventa che sia esteriormente un uomo come tanti altri. Perché è chiaro che appartiene al genere umano ed è chiaro che il genere umano partorisce anche dei mostri. Neanche il peggiore degli animali uccide in questo modo, per queste motivazioni.

L’orco mangia i bambini

Alessandro Impagnatiello è l’orco in questione. Purtroppo è  un mostro che esiste. Non lo si può archiviare chiudendo un libro di favole, o smettendo di narrare una storia di fantasia.

Un ragazzo trentenne, dall’aspetto comune. Un barman apprezzato, che aveva lavorato e lavorava tutt’ora nei migliori locali di Milano. Già padre di un altro bambino. Un uomo che sa cosa vuol dire avere un figlio. Quanto riempia la vita, quanto sia essenziale.

Eppure non solo ha mancato di qualsiasi pietà verso una ragazza che aveva tutto il diritto di vivere. Non si è limitato a spezzare la vita di Giulia Tramontano. Ha anche tolto il diritto di nascere a suo figlio. E neppure il fatto che quella ragazza portasse dentro di sé lo stesso sangue di Alessandro Impagnatiello, ha suscitato in lui il minimo senso di umanità in lui.

Non solo ha ucciso la madre di suo figlio e suo figlio. Ha addirittura cercato di bruciarne i resti per cancellarli.

E non vale neppure l’ipotetica attenuante del raptus momentaneo. Di una perdita di controllo, legata ad un momento. Impagnatiello ha pianificato chiaramente, e premeditato l’uccisione.

Bisogna amare le vittime

C’è un momento in cui una civiltà deve per forza di cose preoccuparsi prima delle vittime. A volte la realtà è manichea. Ci sono le vittime e ci sono i carnefici.

C’è un momento in cui bisogna punire. Punire in maniera severa. Punire con una rigidità assoluta. Mitigare le pene di chi compie gesti tanto efferati, equiva a mancare di rispetto alla memoria delle vittime. Significa mancare di deterrenza, e rendersi favoreggiatori dei futuri delitti.

In Texas uomo del genere avrebbe avuto sicuramente la pena capitale. In molti in Europa vedono questo, come una cosa barbara. Non siamo però meno barbari noi, se consentiamo a questa persona di uscire vivo da un carcere. Siamo peggio di lui come società, perché offendiamo la memoria e il sacrosanto diritto che avevano Giulia e suo figlio di vivere la loro vita.

Gli stati in Europa non se la sentono di mettere a morte gli assassini. Può essere anche la più civile delle scelte. Ma solo ed esclusivamente se poi si tengono quegli assassini fino all’ultimo giorno della loro vita dietro le sbarre. Fine pena mai. Che la loro cella diventi la loro bara.

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