Giulio Cesare di Händel tra barocco e … Agatha Christie? Prima volta del titolo a Firenze, nella originale lettura scenica di Davide Livermore

L'opera, mai comparsa prima su nessun palcoscenico fiorentino, è diretta dallo specialista del barocco Gianluca Capuano. Protagonista il controtenore Raffaele Pe

“Handel è uno dei rappresentanti più insigni della musica che non si rassegna a se stessa, ma vuole emulare poesia, pittura, architettura. E il Giulio Cesare non è un dramma, ma uno spettacolo coreografico, vocale e musicale”. Parola di Eugenio Montale, baritono mancato ma eccellente critico musicale, oltre che una delle voci poetiche più importanti della letteratura italiana. Ed è curioso che proprio il poeta dello scabro paesaggio ligure abbia colto così bene la caratteristica più profonda di quest’opera, che in un certo senso ritorna nel 1723-24 alle caratteristiche fondamentali del teatro italiano, soprattutto napoletano e veneziano, del tardo Seicento: la fusione delle varie arti sceniche, l’integrazione tra scenografia e recitazione, costumi e vocalità, orchestrazione e macchinismi teatrali. [1]

L’opera, rappresentata per la prima volta il 20 febbraio 1724 al King’s Theatre di Londra, ebbe un successo immediato e clamoroso: 13 rappresentazioni nel 1724, quindi l’opera fu ripresa l’anno successivo, nel 1730 e nel 1732. Vi furono messe in scena anche fuori dall’Inghilterra, soprattutto in Germania tra il 1725 e il 1737. Poi però, come quasi tutti i titoli di questo repertorio, l’opera fu dimenticata fino al 1922 in occasione del festival di Gottingen in Germania. Da allora però è diventata una delle opere “barocche” più amate e riprese; il personaggio di Cleopatra è stato tra l’altro più volte interpretato da cantanti quali Joan Sutherland e Montserrat Caballé.

Eppure, nonostante ciò, il primo anche se ufficioso imperatore romano non ha mai calcato i palcoscenici fiorentini; omissione a cui il Maggio Musicale Fiorentino ha posto fine chiudendo il proprio festival proprio con questo titolo: Giulio Cesare di Georg Friedrich Händel esordisce nella sala grande del teatro Domenica 14 giugno alle ore 17: repliche il 19 giugno alle ore 19; il 21 giugno alle ore 15:30 e il 25 giugno alle ore 19.

Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Maggio il maestro Gianluca Capuano, uno dei maggiori specialisti del repertorio barocco; la regia dello spettacolo è firmata da Davide Livermore, maestro del coro Lorenzo Fratini. Di ottimo livello anche il cast: protagonista nel ruolo del titolo è Raffaele Pe, uno dei migliori e più celebri controtenori italiani; accanto a lui Mariangela Sicilia che veste i panni di Cleopatra, Fleur Barron è Cornelia, Nicolò Balducci interpreta Sesto Pompeo, Filippo Mineccia è Tolomeo e Valerio Morelli è Achilla. Completano il cast Davide Sodini nella parte di Curio e Janetka Hoşco in quella di Nireno.

Nella presentazione dell’opera tenuta nei giorni scorsi, il capo ufficio stampa Paolo Antonio Klun notava come il festival di quest’anno parte come ambientazione alla fine del Novecento, e dopo l’ottocentesco Ballo in Maschera si conclude con un titolo assolutamente inedito per Firenze in pieno splendore barocco. Ma la “conclusione” riguarda solo il festival, non certo l’attività del teatro che continua con vari appuntamenti di musica sinfonica e lirica.

“Il fatto che Giulio Cesare non sia mai stato rappresentato a Firenze ci dice qualcosa sul non facile rapporto del teatro d’opera italiano con il teatro barocco – ha dichiarato il sovrintendente del Maggio Carlo Fuortes – e anche se la situazione sta migliorando vi sono alcuni problemi non banali; in primis quelli legati alla prassi musicale del barocco. Le nostre orchestre sono infatti abituate a un repertorio fondamentalmente romantico e novecentesco e quindi è molto importante avere un direttore che invece ottenga con un’orchestra di un teatro d’opera, un risultato artistico di eccellenza. E il maestro Gianluca Capuano è uno dei pochi in Italia che riesca a conseguire un risultato di questo genere.  Anche un’orchestra del livello del Maggio non ha infatti questo tipo di consuetudine, proprio invece di orchestre specialistiche; ma il maestro Capuano riesce ugualmente ad ottenere risultati davvero molto apprezzabili.  Ci vuole poi un cast in grado di cantare con la vocalità giusta e senza dubbio lo abbiamo”.

E proprio il maestro Capuano così si esprime a proposito del capolavoro di Handel, evidenziando come gli affetti abbiano in quest’opera un ruolo cruciale: “Fin dall’inizio l’impatto della musica è straordinariamente potente, quasi uno schiaffo al pubblico. L’opera si apre con un impeto travolgente: all’ouverture segue un grande coro celebrativo che esalta il trionfo di Cesare, ma l’atmosfera cambia immediatamente con la comparsa della testa dell’assassinato Pompeo, trasformando l’esaltazione in desiderio di vendetta e furia. Questa brutalità riaffiora più volte nel corso dell’opera, per esempio quando Cesare riceve una minaccia di morte. La musica lo costringe simbolicamente alla fuga: restare significherebbe andare incontro alla morte. Anche la scelta delle tonalità contribuisce a definire i personaggi. L’aria d’ingresso di Cesare è in re maggiore, tonalità eroica e luminosa che, secondo la teoria degli affetti, rappresenta la vittoria, la forza e la fiducia in sé stessi. Cornelia, al contrario, è tratteggiata da Händel con accenti profondamente malinconici. Dico sempre che Händel è stato lo Shakespeare della musica. La sua musica possiede la stessa forza narrativa e drammatica dei testi del grande poeta inglese; inoltre, la profondità psicologica con cui costruisce i suoi personaggi non ha nulla da invidiare all’arte letteraria del Bardo. Attraverso la musica, Händel riesce a rendere i conflitti interiori, le passioni e le contraddizioni dei suoi protagonisti con una straordinaria intensità teatrale”.

La complessità e la “teatralità” di quest’opera sono al centro anche della visione del regista Davide Livermore , che ambienta la vicenda negli anni ’30 del XIX secolo: periodo in cui l’Egitto veniva scoperto in tutto il suo fascino esotico e misterioso. Il centro della vicenda è un lussuoso piroscafo che solca il Nilo – significativamente ribattezzato “Tolomeo” – sul quale si intrecciano giochi di potere, seduzioni, tradimenti e colpi di scena. La messinscena coniuga eleganza visiva e attenzione alla dimensione psicologica dei personaggi. Accanto alla tensione drammatica trovano spazio pennellate ‘ironiche’ e di vero divertimento teatrale: alcune delle arie più celebri diventano numeri da cabaret, inseriti con naturalezza all’interno della narrazione e capaci di mettere in luce le sfumature emotive dei protagonisti. Ne emerge uno spettacolo ricco di invenzioni sceniche, nel quale il fascino dell’opera barocca dialoga con il linguaggio del cinema e del teatro contemporaneo: “Il mito di Cleopatra e Cesare: da millenni questa storia continua ad affascinarci. L’umanità vi ritorna di continuo, la racconta, la trasforma, la veste con abiti diversi secondo le epoche. Händel, nel Giulio Cesare in Egitto, non la affronta come uno storico, ma come un grandissimo uomo di teatro” – dichiara il regista, che prosegue: “Il mito diventa una macchina perfetta di apparizioni, equivoci, seduzioni, colpi di scena e fragilità umanissime. I personaggi sono complessi, sfaccettati e pieni di contraddizioni. Il Cesare di Händel possiede molte sfumature. È sovrano, condottiero, tiranno, amante, amico. Cleopatra non è da meno: seduce, calcola, inventa, manipola, ma sa anche esporsi e rischiare. Entrambi conoscono perfettamente l’arte della rappresentazione del potere. Nella mia regia tutto questo si sviluppa come un thriller degli anni Venti sulle rive del Nilo. C’è il sole, c’è l’acqua, c’è il lusso, ci sono gli abiti chiari, le terrazze, le ombre lunghe, i sorrisi troppo cortesi. Ma sotto questa superficie brillante scorre il sangue. L’immaginario è vicino a quello di Assassinio sul Nilo di Agatha Christie: un microcosmo raffinato, apparentemente civilissimo, in cui tutti osservano tutti, tutti mentono un poco e quasi nessuno è innocente. La domanda centrale diventa: chi ha ucciso Pompeo? O meglio: chi voleva davvero la sua morte? Come in un romanzo di Agatha Christie, molte mani avrebbero potuto contribuire al delitto. La responsabilità non appartiene mai a una sola persona. È distribuita, elegante, diplomatica, quasi mondana. E nel cammino verso la verità un altro personaggio, Achilla, muore realmente in scena, come se la morte iniziale ne generasse inevitabilmente un’altra. La storia d’amore tra Cleopatra e Cesare avvolge questa vicenda interna come una grande campana di vetro. Il loro fragile equilibrio diventa il punto di riferimento di tutti gli altri personaggi. Il conflitto tra Roma ed Egitto si riflette nella loro relazione: due mondi che si attraggono, si studiano, si seducono, si combattono”.

La fonte principale della vicenda è un dramma di Giovan Francesco Bussani messo in musica per la prima volta a Venezia nel 1677 (musica di Antonio Sartorio). Librettista di Handel fu invece Nicola Haym, che per la versione londinese utilizza anche altre fonti: Metastasio e Lucano. Il risultato è una vicenda particolarmente romanzesca e intricata. Le fonti storiche sono il Bellum Alexandrinum dello pseudo Cesare, Svetonio e altri autori, ma l’elemento storico – la campagna d’Egitto di Giulio Cesare nel 48-47 a. C seguita alla vittoria decisiva su Pompeo a Farsalo, viene poi notevolmente amplificato e variato secondo le consuetudini dell’epoca. E infatti il clima eroico del Giulio Cesare, che scaturisce dalla consueta ambientazione greco – romana, non soffoca quasi mai l’equilibrio tutto teatrale da cui dipende il materiale musicale. La figura di Cesare oscilla ad esempio tra arie epiche ed altre “graziose”, mentre quelle di Cleopatra hanno un carattere languido e patetico, ma anche un accentuato virtuosismo.

 

La trama dell’opera [2]

ATTO I – Cesare giunge in Egitto per inseguire il nemico Pompeo, in fuga con il suo esercito dopo la sconfitta di Farsalo. Cornelia, moglie di Pompeo, e suo figlio Sesto invocano clemenza che il vincitore accorda loro con grande magnanimità. Essi però sono all’oscuro del fatto che il re d’Egitto Tolomeo ha fatto barbaramente uccidere Pompeo nella speranza ingraziarsi Cesare. Quando il comandante egiziano Achilla gli offre la testa del nemico, si mostra invece sdegnato condannando senza tentennamenti il gesto efferato. Ordina inoltre di tributare alle spoglie del nemico onori da eroe. Achilla riferisce al re la reazione imprevista di Cesare e promette di ucciderlo in cambio della mano di Cornelia, di cui è innamorato. Intanto Cleopatra, sorella di Tolomeo, approfitta della presenza di Cesare per conquistare il trono d’Egitto, a cui aspira in quanto primogenita; dapprima cerca di sedurre il condottiero romano presentandosi come Lidia, una fanciulla del suo seguito.
Durante una festa, Sesto sfida Tolomeo, ma viene arrestato insieme alla madre.

ATTO II – Cleopatra si innamora davvero di Cesare, che però, pur essendo attratto dalla bellezza della donna, ne rifiuta l’amore poiché crede sia un’umile «donzella». Intanto il condottiero romano viene a sapere che si sta tramando una congiura ai suoi danni. Cleopatra si lascia sfuggire la propria identità e supplica l’amato affinché fugga. Per salvarsi dai sicari di Tolomeo è costretto a gettarsi in mare. Achillas porta al re la notizia della morte del generale romano, ma si vede rifiutare la mano di Cornelia, di cui nel frattempo anche Tolomeo s’è innamorato.

ATTO III – Nello scontro tra romani ed egiziani Tolomeo ha in un primo momento la meglio. Cornelia e Sesto cadono nelle mani nemiche dopo che il giovane ha tentato di uccidere il re; Cleopatra viene imprigionata e si sparge la voce che Cesare, gettatosi in mare per sfuggire ai sicari di Tolomeo, sia annegato. I romani, privi del loro comandante, si danno alla fuga. Quando Cesare, che si è salvato a nuoto, giunge sul luogo dove si è disputata la battaglia, trova l’esercito disfatto. Di nascosto, sente il colloquio fra Sesto e Achillas, ferito a morte, che confessa d’essere stato spinto dal re all’uccisione di Pompeo e consegna al giovane un sigillo d’oro con cui potranno essere adunati cento suoi uomini, pronti a uccidere Tolomeo. Cesare, fattosi dare il sigillo, guida di persona la rivolta: nella tenda del fratello, Cleopatra gioisce nel rivedere l’amante. Cesare vince la battaglia decisiva, Sesto vendica la morte del padre, uccidendo Tolomeo. Fra il giubilo del popolo e dei guerrieri, Cleopatra viene incoronata regina e i due amanti si scambiano reciproche promesse di fede e d’amore.

 

[1] Guido BARBIERI – Andreina BONANNI, Handel, la vita e l’opera, Roma, Newton Compton, 1986, p. 117. Anche la citazione di Montale è tratta da questo testo.

[2] Fonte: https://www.rodoni.ch/OPERNHAUS/giuliocesare/recensione.html

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