Francesco Nuti e il pregiudizio del cinema italiano

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Francesco Nuti e il pregiudizio del cinema italiano

​Il cinema italiano ha sempre sofferto di un vizio d’origine, una sorta di strabismo intellettuale che lo spinge a diffidare del riso, a considerare la comicità un’arte di serie B e a scambiare la popolarità per ignoranza.

È una tara antica, che affonda le sue radici in un pregiudizio di classe e di maniera, destinato a colpire sistematicamente gli artisti più liberi e viscerali

​Capita così di rivedere Caruso, zero in condotta, opera del 2001 firmata da Francesco Nuti. Bisogna dirlo con totale onestà: non è certo una delle sue performance migliori. La regia appare affaticata, la scrittura incerta, il passo narrativo sconnesso. Eppure, di fronte alla severità con cui venne accolto, sorge spontanea una domanda: quando mai la critica ha trattato davvero bene Francesco Nuti?

Anche negli anni del suo massimo fulgore, la stampa specializzata gli ha lesinato generosità, guardando sempre con sospetto al suo enorme successo di pubblico

​Prendiamo un titolo come Donne con le gonne. È indubbiamente un bel film, un’opera sorretta da tempi comici formidabili, visivamente curata e pervasa da un’ironia affilata. Era un lavoro che aveva precise ambizioni sociologiche ed era, a suo modo, profondamente impegnato. Nuti provava a raccontare le nevrosi del rapporto uomo-donna nell’era post-femminista, la crisi dell’identità maschile di fronte al cambiamento dei ruoli, la fragilità di un patriarcato ormai allo sfascio. Invece di cogliere la complessità e la lucidità di quel discorso, gran parte della critica lo ha bullizzato, liquidandolo come un prodotto retrogrado, ignorante, maschilista e misogino.

Tutto pur di non concedere dignità intellettuale a un artista che non era soltanto un grande talento, ma che in certi momenti sfiorava la genialità

​Va riconosciuto, in questo senso, il merito del documentario Ti vogliamo bene Francesco Nuti di Enio Drovandi, che ha avuto la sensibilità di incominciare quel lento e doveroso processo di rivalutazione dell’artista. Un’opera fondamentale per ricordare che la riscoperta di Nuti non dev’essere un atto dovuto portato avanti soltanto all’indomani della sua scomparsa, ma un percorso critico motivato dall’indiscusso valore dell’opera complessiva della sua vita.

​Questo atteggiamento della critica non è una novità, ma la prosecuzione di una triste tradizione

Così fu per Totò, trattato in vita con un disprezzo quasi metodico. Anche in quel caso, il preteso contrasto con il Neorealismo era soltanto apparente e di superficie. Totò ha sempre denunciato i problemi sociali dell’Italia del dopoguerra — la fame, la disoccupazione, la burocrazia disumana, le ingiustizie distributive —, soltanto che la sua drammaticità non si vestiva di pianto, ma si sposava con la comicità. C’è una grande, inestinguibile tristezza nell’animo dei veri comici.

La risata non è un modo per negare il dramma, ma l’unico strumento umano capace di esorcizzare il dolore

La più grande drammaticità risiede proprio nella risata. Eppure Totò venne crocifisso per anni sotto l’etichetta delle “totoate”, farse grossolane buone solo per il popolo. Ci volle un genio come Pier Paolo Pasolini per rivederlo, capirlo e restituirlo alla storia con Uccellacci e uccellini, mostrandone la dimensione poetica e metafisica.

​Perché Totò era, in ultima analisi, Pulcinella

E chi non comprende Pulcinella, con la sua carica eversiva, la sua tragicità, la sua bellezza, e quel fondamento epicureo e stoico che si nasconde nel cuore di ogni napoletano, non potrà mai capire Totò. La sua maschera non è l’espressione dell’ignoranza; semmai, l’ignoranza appartiene a chi vuole ignorare, a chi rifiuta di approfondire le ragioni storiche, culturali e umane che hanno generato Pulcinella prima e Totò poi. Chi disprezza Napoli lo fa perché si arresta agli stereotipi e alle apparenze, incapace di guardare oltre la crosta del pregiudizio.

​È lo stesso difetto ottico che si applica nel cinema a figure come quelle di Totò e di Francesco Nuti

Mentre altri autori sono stati e sono tuttora più inclini a soddisfare le aspettative della critica, compiacendone i codici e les mode ideologiche, artisti come loro hanno sempre seguito un orizzonte completamente differente: hanno seguito unicamente se stessi, pagando a caro prezzo la colpa d’essere stati compresi dal pubblico prima, e meglio, che dalle colonne dei giornali.

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