Due modelli di ordine occidentale e l’Italia dal 2011

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Due modelli di ordine occidentale e l’Italia dal 2011
Non esiste un unico modello occidentale. Negli ultimi trent’anni se ne possono distinguere due, diversi per strumenti, fini e idea di sovranità. Una distinzione che deve molto al lavoro teorico del saggista di geopolitica di Andrea Marcigliano.

Il primo è il globalismo europeo a guida britannica. Nasce dopo il 1989 e ha il suo centro ideologico a Londra, non certo a Bruxelles. Come ha più volte notato Marcigliano, Bruxelles amministra ciò che Londra teorizza

Questo modello si basa sul soft power, il cosiddetto potere dolce. E’ la capacità di influenzare e orientare il comportamento di altri Stati senza ricorrere alla coercizione militare. Accanto al soft power usa il diritto internazionale come potere coercitivo, insieme alle istituzioni sovranazionali, alla finanza della City, alle ONG, ai tribunali, agli standard morali universali.

Il programma è convincere le opinioni pubbliche che il mondo deve convergere verso un unico modello: mercato aperto, democrazia liberale, diritti umani, il tutto gestito da regole comuni. In questa visione, come sottolinea Marcigliano, la sovranità nazionale è un ostacolo da erodere. Gli strumenti tipici sono le sanzioni, l’isolamento diplomatico, la Corte internazionale, l’allargamento di UE e NATO inteso non come conquista di territori, ma come estensione di un’area di norme

In questa lettura la Russia è una deviazione dal percorso storico, un Paese eretico che va contenuto, rieducato, escluso e combattuto finché non accetta le regole. Quello di Londra, per usare una formula di Marcigliano, è un modello imperiale senza impero. Non occupa territori, espande norme.
Il secondo modello è quello americano. Gli Stati Uniti, anche quando promuovono il globalismo, non sono mai globalisti in senso europeo. Restano uno Stato nazionale con interessi nazionali.
Il loro potere è basato sull’hard power: esercito, dollaro, leva energetica, controllo tecnologico. Per Washington l’ordine internazionale è uno strumento degli interessi americani, non un fine in sé. Le alleanze valgono se pagano, le regole valgono solo se servono. La sovranità, soprattutto la propria, non è negoziabile. Lo strumento tipico è la deterrenza, la forza, il negoziato diretto tra grandi potenze. Della Russia pensa che sia un avversario e un competitor, ma resta una grande potenza con cui si può trattare. Non è un alunno da rieducare, è un attore da bilanciare. E’ la differenza che Marcigliano indica tra una potenza che vuole convertire e una potenza che vuole contenere.

Sulla guerra in Ucraina questa differenza è diventata evidente

L’approccio europeo-britannico usa l’arma del diritto internazionale. La Russia deve perdere e ritirarsi per ristabilire la norma che i confini non si cambiano con la forza. Punta su supporto incondizionato e a tempo indeterminato all’Ucraina, sanzioni massimali, nessuna trattativa senza precondizioni ucraine. Il progetto è un’Ucraina dentro UE e NATO come estensione dell’ordine liberale, compresa Crimea e Donbass.
L’Europa a guida britannica combatte in Ucraina una guerra di principio di cui nessuno può prevedere le conseguenze ultime. Ha bisogno che la guerra finisca con una sentenza morale chiara: aggressore punito, aggredito ricompensato e integrato. Quando nelle guerre entra la morale o l’ideologia, le guerre diventano catastrofiche perché la ragione esce di scena.

L’America, in entrambe le amministrazioni ma in modo più esplicito in quella attuale, ha combattuto in Ucraina una guerra di potenza: contenimento della Russia, indebolimento di un avversario, senza farsi trascinare in un conflitto esistenziale permanente in Europa. Ha bisogno che la guerra finisca con un equilibrio stabile, anche se moralmente ambiguo

Da qui la frizione che vediamo ogni giorno: Londra, Varsavia, Bruxelles e in parte Parigi spingono per fino alla vittoria, Washington spinge per concludere con un accordo.
In questo quadro l’Italia segue Londra dal 2011 in poi, con pochissime variazioni. Meloni ha cambiato meno di quanto sembri. La rottura non è tra destra e sinistra, è tra prima e dopo la crisi del debito sovrano.

Prima del 2011 prevale la linea mediterranea e filo-tedesca. Berlusconi e anche Prodi giocavano su due tavoli: atlantismo con gli USA, ma rapporto privilegiato con la Russia, con la Libia del Trattato di Bengasi e con la Germania per l’industria. Londra contava poco

Dopo il 2011 l’Italia entra nel blocco anglo-europeo. Con Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II e Draghi, l’Italia accetta tre pilastri che sono la linea britannica, ben descritti nelle analisi di Marcigliano sul declino della politica estera italiana.
Primo, le sanzioni alla Russia come strumento politico normale. Dal 2014 in poi l’Italia le vota sempre, anche quando danneggiano Eni, Saipem e l’agricoltura del Nord.
Secondo, l’allargamento di NATO e UE a est come dogma. Nessun governo dal 2014 ha messo in discussione l’ingresso di Ucraina e Georgia nella NATO, almeno a parole.
Terzo, la cessione di sovranità normativa su esteri e difesa a Bruxelles, Londra e Washington. La Farnesina diventa esecutore di decisioni prese altrove.
Draghi è l’uomo che più di tutti ha portato l’Italia dentro quell’architettura. Ex Goldman Sachs Londra, ex BCE. Il suo atlantismo era ideologico: l’Italia sta con UE, NATO e USA, punto.

Conte, sia gialloverde sia giallorosso, sembrava il più anti-sistema, ma nel 2019 firma per la Nuova Via della Seta con la Cina e viene richiamato da Londra e Washington. Dopo quel richiamo, allineamento totale

Renzi e Gentiloni, allineamento totale su Siria, Libia e Russia. Berlusconi stesso, nel suo ultimo periodo, pur dicendosi amico di Putin, vota la fiducia a Draghi per l’invio di armi.

Cosa ha fatto Meloni di diverso? Non ha cambiato sanzioni, invio di armi, retorica sull’Ucraina, fedeltà alla NATO. Ha cambiato solo il lessico su temi interni

In pratica dal 2011 l’Italia non ha più una politica estera autonoma verso Russia, Cina e Mediterraneo orientale. Ha una politica di esecuzione. Il governo che più ha provato a staccarsi da Londra negli ultimi quindici anni è stato il Conte I, nel 2018-2019, per sei mesi. Ed è stato quello che è durato meno.

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