Due film sull’aborto: uno reale, l’altro è ideologia

Una osannato, l'altra ostracizzata, due pellicole parlano della tragedia dell'interruzione di gravidanza

Aborto

In questi giorni nelle sale due film sull’aborto. Anzi uno, perché l’altro è boicottato, nascosto, ostracizzato.

Avete già capito: uno è a favore, uno contro.

Uno è una storia inventata ed ideologizzata, ed è quello a favore. Osannato e vincitore a Venezia. Ovviamente.

L’altro è la realtà. Una realtà di business sull’industria Usa degli aborti. Su Planned Parenthood, quindi.

Ma in un mondo pagano nel quale l’aborto è ormai assurto alla stregua di un sacramento, non se ne può parlare.

Se poi pensiamo che Planned Parenthood è la più potente lobby Usa, che ha fatto eleggere Biden a Presidente, beh, altre parole sono superflue.

Il film di Diwan

La scelta di Anne – L’Evénement. Il film vincitore del Leone d’Oro due mesi fa alla Mostra del cinema di Venezia è della regista, sceneggiatrice e giornalista franco-libanese Audrey Diwan.

Sinceramente un bel film, anche se non condivisibile nel messaggio, ma claustrofobico nell’ atmosfera evocativa.

Tratto dal libro del 2000 della scrittrice francese Annie Ernaux racconta di Anne, determinata studentessa di lettere, che vorrebbe diventare scrittrice.

Resterà incinta. La maternità sarà ridotta ad un incidente ed un drammatico conto alla rovescia, quello delle settimane.

Il bambino è solo un ostacolo al suo sogno, ma siamo nella Francia del 1963 e l’aborto è ancora illegale.

Fallirà un suo primo rudimentale tentativo di aborto indotto. Finché non si recherà, clandestinamente, da una mammana che per 400 franchi la opererà.

Il primo tentativo sarà vano e, a rischio della sua stessa vita, quasi fosse un’eroina, ne affronterà un secondo, estremo e pericoloso.

Tanto per sottolineare che l’aborto verrebbe praticato comunque, a rischio della vita della madre. Invece è solo il bambino ad essere condannato. A dover essere sradicato per permettere alla ragazza di diventare scrittrice.

Sarà aborto, definito in ospedale, da medici compiacenti, “spontaneo“.

L’happy end, inevitabile. Il trionfo finale. Dell’ideologia.

Unplanned

Ora siamo, nel 2010, negli Stati Uniti, quando Abby Johnson decide di raccontare la sua storia vera nel libro Unplanned (non previsto, indesiderato).

In Usa, benché boicottato e persino censurato in alcuni Stati, oltre che in Canada, è stato premiato dal pubblico incassando dall’uscita nel 2019 oltre 21 milioni di dollari, 6 dei quali nella prima settimana di proiezione.

Racconta la sua storia di ex dipendente di Planned Parenthood, la lobby di cliniche abortive più potente degli Stati Uniti. Trump le tolse le sovvenzioni governative che l’amministrazione Obama le aveva accordato. Giri di affari di miliardi di dollari.

La protagonista è lei, Abby Johnson, consulente psicologa, che un po’ alla volta fa carriera nell’organizzazione, in perfetta buona fede. Vuole aiutare le ragazze che vogliono abortire.

Ma aprirà ben presto gli occhi sulla realtà.

Più aborti, più profitti

All’improvviso, una mattina, viene chiamata a sostituire in sala operatoria un’infermiera assente.

Vede così le immagini ecografiche di un feto di quasi tredici settimane condannato all’aborto indotto per il quale viene azionato l’aspiratore.

Vede i piedini, le gambe, la spina dorsale, le braccia, le mani, il capo finire risucchiati.

Ma all’accensione dell’aspiratore quel feto, così “somigliante” a un bambino, invano cerca di sottrarsi alla morte, ritraendosi verso la parte superiore del grembo materno.

Il grumo di cellule

Nel film  La scelta di Anne – L’Evénement il nascituro, invece, non c’è mai. Non si vede.

È ovvio. Altrimenti scatterebbe l’empatia.

Anche oggi, alle donne che vogliono abortire viene impedito di guardare l’ecografia. Vedrebbero. Vedrebbero loro figlio. Vedrebbero la verità. Come in Unplanned.

Nella scelta di Anne s’intravede qualcosa di informe durante il cruento aborto indotto e illegale. Lì c’è, nel sangue a fiotti, il cosiddetto grumo di cellule.

L’aborto è un male necessario? È una scelta? La donna deve essere lasciata sola nel decidere?

Domande difficili, cui non si può rispondere con gli occhi obnubilati dall’ideologia.

Ma se non si rende legale, lo farebbero comunque, illegalmente, e potrebbe morire qualcuno‘. Già. Potrebbe morire qualcuno.

Vale anche per la rapina, in fondo, non credete? Rendiamola legale, allora.

Sarà più asettica, più sicura.

E più redditizia.

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