Draghi e la fine del mondo vecchio: l’Europa si federi o soccomba?
Mario Draghi suona l’allarme: «L’ordine globale è defunto, ma la vera minaccia è ciò che lo sostituisce». Nel discorso del 2 febbraio 2026 a Lovanio, per la laurea honoris causa dalla Ku Leuven, l’ex premier italiano disseziona il fallimento post-1945 e sprona l’Europa alla federazione.
Realismo strategico convincente, ma sovranisti e trumpiani storcono il naso: rischio sovranità nazionale azzerata
Draghi parte da certezze: l’ordine liberale ha generato benessere – egemonia Usa, integrazione Ue, boom emergenti – ma è imploso per squilibri non corretti. La Cina nell’Oms ha mescolato commercio e sicurezza, favorendo mercantilismi e dipendenze critiche: Pechino controlla il 90% delle terre rare. Risultato? Europa «subordinata, divisa, deindustrializzata»: Trump picchia con dazi e divisioni interne, la Cina stringe leve su supply chain. Via d’uscita: federazione, sfruttando eccellenze come i 3.600 miliardi di import extra-Ue, litografia chip, aerei, motori marittimi.Le sue ragioni persuadono. Stati singoli?
Potenze medie al massimo, preda di coalizioni altrui
Mercato unico ed euro funzionano: lì l’Europa conta. La confederazione con veti su difesa ed esteri genera solo fragilità: «Un gruppo di Stati resta tale». Pragmatico, Draghi indica passi: accordi con India e Latam, diversificazioni. Orizzonte: federazione forgiata nell’azione, non nel sogno.Sovranisti europei – da Fratelli d’Italia all’identitarismo – replicano: federazione è trappola globalista, svuota nazioni. Meglio riarmo nazionale, patti bilaterali, no a Bruxelles ideologica. Groenlandia?
Trionfo danese puro, non Ue: popoli prima dei commissari. Il «contraccolpo politico» draghiano è il loro cavallo: disuguaglianze globali cavalcate per ridare voce alle nazioni.Trumpiani capovolgono: ordine fallito non per difetti, ma per «freeride» europeo sulla Nato. Dazi?
Riequilibri sacrosanti
Frammentazione Ue? Comoda per un’America First che lucra su alleati deboli, non rivali. Draghi trascura il bottino Usa – dollaro riserva, dominio – e le chance trumpiane nelle crepe europee: negoziati diretti, massimo profitto.L’Europa può cucire il meglio: pragmatismo draghiano su commercio, sovranità per difesa, durezza trumpiana ai tavoli. Niente federazione imposta, ma alleanze ad hoc che tengano identità salde. Uniti dove serve, sovrani dove conta: unica rotta tra Usa e Cina
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