Dopo una notte nella cella frigorifera dell’obitorio viene trovato vivo dai parenti

cella frigorifera

La cella frigorifera conserva i cadaveri, evitando l’inizio del processo di decomposizione. E fin qui ci siamo. All’occorrenza, tuttavia, può essere utilizzata per conservare un paziente. Ebbene sì. Basta, infatti, scongelare il degente per qualche ora, ed eccolo pronto per essere rimesso in reparto fresco come una rosa. Lo dice la scienza.

Siamo in India, a Moradabad (a est di New Delhi), il signor Srikesh Kumar finisce sotto una delle migliaia di moto che scorrazzano in città ogni giorno. Trasportato in ambulanza, giunge al Pronto Soccorso in codice rosso.

Da rosso fuoco a bianco ghiaccio è un attimo. Ci pensano i medici a cambiare il colore del codice del paziente, tranquilli. I luminari della scienza medica, infatti, dopo un consulto approfondito, dichiarano Kumar morto. Arriva un altra ambulanza, e stavolta va dritta verso il finis terrae. L’obitorio.

C’è un piccolo dettaglio che i medici hanno tralasciato: il paziente è vivo. D’accordo, magari non vivo e vegeto, ma respira, e se non gli date il colpo di grazia, può darsi che campa ancora.  Fatto sta che il signore in questione, dopo essere stato asfaltato, viene surgelato.

Per fortuna la notte porta consiglio anche dentro un freezer. Di buon mattino, i familiari afflitti e affranti, si riuniscono intorno alla salma insieme agli agenti di polizia per firmare le scartoffie e consegnare il caro estinto nelle mani del sarto incaricato di tagliare cucire e rammendare Kumar. Il medico legale che deve fare l’autopsia, insomma.

Purtroppo per gli astanti però, il surgelato, ha una cotenna da far invidia ad un cinghiale e continua respirare ostinatamente.

Squilli di tromba! Riecco i barellieri che trottando come bersaglieri riportano il nostro eroe in corsia per affidarlo alle cure amorose dell’impeccabile personale ospedaliero. Una volta rimboccate le maniche al malcapitato, i medici constatano che il signore è sì vivo, ma che purtroppo versa in condizioni critiche. Ma va?

Speriamo, caro Kumar, che nonostante le cure dei medici tu guarisca – per dirla alla Tolstoj.

 

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