Diritto internazionale: maneggiare con cura
Khamenei è morto. La notizia ufficiale è arrivata intorno alle 21 del 28 febbraio, alcune ore dopo l’inizio dell’attacco congiunto americano israeliano contro l’Iran.
L’Ayatollah e altri membri della leadership del regime islamista sono stati eliminati alla fine di un lungo periodo di attesa, in cui politologi ed esperti di geopolitica si sono palleggiati la domanda “questo attacco avverrà sì o no?”, “Trump sta bluffando?”
L’attacco, alla fine, è avvenuto, la partita, però, è ancora completamente aperta e già il vertice del comando è stato sostituito, tra l’altro con personaggi che non sembrano scelti a caso: il nuovo comandante delle forze armate, Ahmad Vahidi, è stato sospettato di essere uno dei responsabili dell’attentato al centro ebraico AMIA di Buenos Ayres, che nel luglio del 1994 provocò 85 morti.
Cosa succederà nelle prossime ore e nei prossimi giorni? Impossibile dirlo, così come è impossibile sapere se il tanto agognato “regime change” ci sarà. Come ha sottolineato lo stesso presidente Trump, il più grande sforzo per ribaltare il regime dovrà venire dalla popolazione persiana stessa, che dovrà prendere in mano le redini del proprio destino.
Naturalmente, di fronte a questo ennesimo scoppio di violenza, politici, opinionisti, professori, giornalisti sono puntualmente saliti in cattedra, schierandosi ora con la fazione occidentale ora con quella mediorientale.
C’è chi ha parlato di operazione legittima, chi ha già diffuso sui social locandine per manifestazioni in difesa del governo iraniano (sì, quello del defunto Khamenei) e chi, chiaramente, piange le vittime civili.
E c’è chi ha subito lamentato la violazione del diritto internazionale.
L’Iran è uno “stato canaglia” eppure ha il diritto di essere tutelato dal diritto internazionale, anche se nato in quello stesso Occidente che il regime vede come il male sulla terra. Soffermiamoci su questo: lungi dal sostenere che, allora, sia consentito muovere guerra a chiunque non sia allineato al modello occidentale, non si tratta di un paradosso?
Il diritto internazionale è una delle più grandi conquiste dell’Occidente. La sua origine viene ascritta al XVII secolo, più esattamente con la pace di Westfalia, a conclusione della Guerra dei Trent’anni nel 1648.
In quell’occasione, vennero riconosciuti i primi punti fermi che, nel corso del tempo, si sono ampliati e modernizzati, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Uno di questi è il concetto di sovranità territoriale, la cui violazione oggi viene invocata
Paradossalmente, ma non troppo, lo stesso regime lo invoca per sé, anche se partorito da ciò che, ritiene, corrompere l’Islam. Le testimonianze parlano chiaro.
È stato lo stesso Alì Khamenei a sostenerlo innumerevoli volte: nel 2016, in occasione della Giornata Internazionale dei Diritti dell’infanzia, ha affermato “l’Islam protegge i bambini dalla grande rete di corruzione dell’Occidente” mentre nel 2019 ha definito la resistenza e la lotta contro l’Occidente come “le uniche forze che possono opporsi ai poteri arroganti [occidentali]”.
Eppure, il fatto che il regime respinga ogni fiato, o quasi, proveniente dall’Occidente non vuol dire che si possa fare come nel Far West e nemmeno comportarsi in modo infantile, “solo” perché hai esplicitato più di una volta che l’altro rappresenta una minaccia per la tua esistenza.
Il dubbio si insinua altrove: il problema non è se sia doveroso tutelare il diritto internazionale e la sovranità statale, bisogna domandarsi se sia saggio e lungimirante cercare di trattare con chi non dà valore alla diplomazia basata sul diritto internazionale o glielo dà solo quando gli comoda.
La violenza non è mai la via, ma come si fa quando dall’altra parte c’è chi sta generando tanta instabilità perché mira a cancellare dalla faccia della terra un’intera nazione (Israele)?
Quando c’è chi sta facendo di tutto, anche una bomba atomica, a quello scopo?
A quel punto, si può ancora parlare di tutela del diritto internazionale e non, piuttosto, di imprescindibili operazioni preventive?
La Storia del Novecento ci ha insegnato che gli atteggiamenti di appeasement non sono mai serviti a niente, soprattutto di fronte a plateali dimostrazioni di prepotenza, e nessuno lo sa meglio di noi europei.
Pensiamo alla rimilitarizzazione della Renania: è opinione comune tra gli storici che se la Francia e la Gran Bretagna avessero mosso un attacco preventivo a Hitler, quando inviò truppe nella Renania smilitarizzata, la Germania molto probabilmente avrebbe dovuto ritirarsi, per mancanza di forza militare adeguata
Hitler stesso ammise, in seguito, che i due giorni dopo l’entrata in Renania furono i più nervosi della sua vita, poiché un intervento alleato lo avrebbe di sicuro rovinato.
Eppure, non ci sono storici che abbiano mai lamentato una possibile violazione del diritto internazionale se la Gran Bretagna e la Francia allora fossero intervenute
Anzi, al contrario, lo riconoscono come un fallimento.
Oggi, invece, nonostante non esistano dubbi sulle implicazioni dell’Iran nell’aver generato e finanziato l’attuale crisi, esplosa il 7 ottobre del 2023 con l’attacco di Hamas a Israele, la gente invoca il diritto internazionale, anche se siamo di fronte a una crisi che potrebbe spaventosamente allargarsi con conseguenze a cui nessuno vuole nemmeno pensare.
Allora, che ci piaccia o no, tocca arrendersi: in casi eccezionali, si devono adottare misure eccezionali, soprattutto quando a scontrarsi sono due mondi, uno democratico e uno teocratico, la cui visione dell’esistenza è diametralmente opposta e oggettivamente inconciliabile.
Ciò che lascia perplessi, quindi, è la cecità di chi non sembra proprio rendersene conto, pensando di vivere in un mondo in cui tutti sono disposti a inchinarsi di fronte all’autorevolezza del diritto, anche chi combatte contro quel mondo da cui quel diritto è promanato.
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