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Home L'Editoriale

Democrazia senza filtri: il problema che nessuno vuole affrontare

di Simone Margheri
13 Giugno 2026
In L'Editoriale
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Democrazia senza filtri: il problema che nessuno vuole affrontare
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Democrazia senza filtri: il problema che nessuno vuole affrontare

Davide Giacalone — giornalista, direttore de La Ragione e voce storica del liberalismo laico italiano — sostiene che il vero sconfitto delle elezioni non sia né la destra né la sinistra, ma la politica stessa.

Difficile dargli torto su questo: quando l’astensione cresce, qualcosa nel rapporto tra cittadini e istituzioni si è rotto, e ignorarlo sarebbe disonesto.

Il problema è ciò che viene dopo. Da questa constatazione si tende a ricavare una conclusione che non regge: che chi non vota sia, in fondo, la parte più lucida e consapevole del Paese. Una specie di resistenza silenziosa contro un sistema che non merita fiducia.

Ma chi lo ha stabilito?

Dietro l’astensione ci può essere delusione ragionata, certo. Ma ci può essere anche pigrizia, disinteresse, o semplicemente la partita in televisione. Non votare non è di per sé un atto di intelligenza civica. È una rinuncia. Legittima, ma pur sempre una rinuncia.

La storia recente, poi, dovrebbe suggerire prudenza prima di attribuire virtù particolari a qualunque categoria di elettori

I referendum con alta affluenza non hanno sempre prodotto scelte felici — il caso del nucleare lo dimostra ancora oggi. E la grande mobilitazione che portò al governo giallo-verde non è esattamente un argomento a favore della saggezza collettiva quando si vota in massa.

Ma c’è una questione che il dibattito sull’astensione continua a schivare: non è solo un problema di quanti vanno a votare

È un problema di come ci vanno. Negli ultimi decenni le grandi ondate di partecipazione hanno spesso premiato chi sapeva fare più rumore, chi prometteva l’impossibile, chi costruiva consenso sulla pancia invece che sulla testa. Il populismo non è piovuto dal cielo: è cresciuto in un elettorato che nessuno ha mai pensato di formare davvero.

Vale la pena farsi una domanda scomoda. Quando dobbiamo scegliere un pilota o un autista, pretendiamo patenti, esami, anni di pratica. Quando invece si tratta di scegliere chi gestisce il bilancio dello Stato o decide le alleanze internazionali, basta avere compiuto diciotto anni. Nessuno mette in discussione il suffragio universale. Ma forse varrebbe la pena chiedersi se il voto debba essere solo un diritto anagrafico o anche una responsabilità che si acquisisce.

Non serve immaginare filtri autoritari o sistemi censitari.

Basterebbe molto meno: un esame civico volontario su Costituzione, diritti fondamentali, economia di base — qualcosa che permetta a chi non ha altri requisiti di dimostrare di sapere cosa sta scegliendo

Non per escludere, ma per responsabilizzare.

Ed è qui che la tesi di Giacalone, per quanto stimolante, manca il bersaglio. Il problema non è chi sta a casa. Il problema è cosa succede quando si esce.

La politica deve certamente fare la sua parte per riconquistare chi si è allontanato. Ma i cittadini dovrebbero fare la loro: non dare il voto per scontato, non trattarlo come un gesto scaramantico o tribale, non regalarlo a chi urla più forte.

Chi va a votare non ha automaticamente ragione. Ma almeno ci prova. E forse è da lì che bisogna ripartire — non per esaltarlo, ma per pretendere che lo faccia meglio.

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Tags: Davide GiacaloneDEMOCRAZIAELEZIONIIN EVIDENZAREPUBBLICA
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