De Pascale in Emilia Romagna è il realismo che manca alla sinistra italiana e Toscana in particolare

De Pascale in Emilia Romagna è il realismo che manca alla sinistra italiana e Toscana in particolare

Nel dibattito sull’immigrazione e sulla sicurezza che attraversa l’Emilia-Romagna, la posizione del presidente della Regione, Michele De Pascale, rappresenta una frattura significativa rispetto alla linea prevalente in una parte del centrosinistra italiano.

Non si tratta di uno scarto ideologico, ma di un approccio pragmatico a un problema che esiste e che le istituzioni non possono più permettersi di minimizzare

De Pascale non ha rinnegato i principi dell’accoglienza né ha abbracciato posizioni securitarie di stampo identitario. Ha però riconosciuto che la gestione dell’immigrazione irregolare e l’impatto che essa può avere su alcuni territori richiedono strumenti concreti, inclusi quelli previsti dall’ordinamento statale.

È una presa d’atto politica che rompe una narrazione consolidata in settori del Partito Democratico, in particolare nell’area più vicina alla segretaria Elly Schlein e in alcune amministrazioni locali come quelle di Bologna, Firenze e della Toscana, dove il tema sicurezza viene spesso ricondotto quasi esclusivamente a dinamiche socio-economiche senza riconoscere la specificità del fenomeno dell’irregolarità.

I dati ufficiali, tuttavia, impongono una riflessione meno ideologica

Le rilevazioni di ISTAT e del Ministero dell’Interno mostrano da anni una sovra-rappresentazione degli stranieri irregolari in alcune categorie di reato rispetto alla loro incidenza sulla popolazione residente. Anche Eurostat evidenzia, su scala europea, come l’irregolarità giuridica costituisca un fattore di vulnerabilità che può tradursi in marginalità sociale e, in parte, in maggiore esposizione a circuiti criminali. Correlazione non significa automatica causalità, ma negare l’esistenza del fenomeno non aiuta né l’integrazione né la sicurezza.

È su questo terreno che la posizione di De Pascale appare pragmatica

Riconoscere che l’immigrazione irregolare pone un problema di gestione, anche in termini di ordine pubblico, non equivale a criminalizzare i migranti. Significa distinguere tra chi entra e lavora regolarmente contribuendo al tessuto economico e chi rimane intrappolato in una condizione di clandestinità che lo Stato fatica a governare. Il punto non è ideologico: è amministrativo e istituzionale.

In questo senso, l’esperienza europea offre un confronto utile

In Danimarca, il governo guidato dalla socialdemocratica Mette Frederiksen ha promosso negli ultimi anni una linea più restrittiva sull’immigrazione, accompagnata da studi e analisi commissionati a Statistics Denmark e ad altri organismi pubblici, che hanno messo in luce l’impatto economico e sociale di alcune forme di immigrazione non qualificata e dell’irregolarità.

Il risultato non è stato un abbandono dei principi del welfare, ma un loro rafforzamento attraverso una politica migratoria più selettiva e controllata. Un percorso simile è stato seguito, con sfumature diverse, in altri Paesi scandinavi

Questo non significa che il modello danese sia automaticamente esportabile in Italia. Significa però che una parte della sinistra europea ha scelto di confrontarsi con i dati e con le preoccupazioni dell’opinione pubblica, anziché liquidarle come frutto di propaganda avversaria. In questo contesto, la posizione di De Pascale si inserisce in una traiettoria riformista che tenta di coniugare legalità e diritti, integrazione e controllo.

L’impressione è che l’unica sinistra che fatichi ancora ad accettare questo cambio di paradigma sia proprio quella italiana, spesso prigioniera di una contrapposizione simbolica in cui ogni accenno a strumenti di gestione dell’irregolarità viene interpretato come una resa culturale

Ma governare significa assumersi la responsabilità delle scelte difficili, anche quando incrinano equilibri interni.
L’immigrazione può essere una risorsa demografica ed economica, soprattutto in un Paese che invecchia rapidamente. Per esserlo davvero, però, deve essere regolata, programmata e controllata.

È una posizione che oggi trova spazio anche nella sinistra europea più solida

Continuare a ignorare questa evidenza non rafforza i diritti, ma rischia di indebolire la credibilità stessa di chi li difende.

Il seme della speranza a Sinistra è in Emilia Romagna non certo nella Toscana del reddito di cittadinanza di Giani.

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