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DANDISMO O WOKISMO

di Paolo Amato
7 Maggio 2026
In Cultura
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DANDISMO O WOKISMO
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DANDISMO O WOKISMO

Confesso che il Ministro della Cultura Alessandro Giuli mi ha profondamente deluso. Da un intellettuale che gioca a fare il dandy mi sarei aspettato un po’ più di coraggio, e soprattutto un atteggiamento più disinvolto ed anticonformista.

Tanto più che lui stesso ha sempre tenuto a presentarsi come persona raffinata e vagamente scettica, vicina al potere ma non compromessa con i suoi riti e metodi: una figura originale insomma, a metà tra il classico dandy e l’antico Petronio arbiter elegantiarum

Ed invece me lo ritrovo con addosso i panni di un Torquemada di provincia tutto intento ad inquisire gli eretici del pensiero unico, consentito e autenticato dall’Unione Europea. Ed eccolo allora innalzare lo stendardo russofobo per scagliarsi contro la Biennale di Venezia, colpevole di voler riaprire il Padiglione Russo e di aver invitato artisti russi nonché israeliani: due genìe detestate dagli odiatori di professione che ammorbano la politica.

Da qui gli attacchi del Ministro Giuli al Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e la minaccia di inviargli gli ispettori ministeriali in spregio alla storica autonomia dell’ente

E tutto per accontentare quel burosauro dell’Unione Europea. La quale, com’è noto, si ritiene in guerra contro la Russia in nome di una libertà di pensiero e di espressione che però solo la Commissione di Bruxelles può riconoscere, concedere o censurare.

Un cortocircuito intellettuale che ritroviamo nella dichiarazione rilasciata dal Ministro Giuli alla presentazione del Padiglione Italiano della Biennale di Venezia: «Come Ministro della Cultura ritengo che l’arte di un’autocrazia sia libera soltanto nella misura in cui sia dissidente rispetto a quella autocrazia.

Quando è scelta dai vertici di uno Stato autocratico non ha la libertà consentita alla pura espressione artistica:

quell’espressione che il popolo ucraino vede ogni giorno calpestata dalle bombe della Russia che, da oltre quattro anni, ne ha invaso i confini, le case, la libertà». Aggiungendo: «L’arte è libera quando è libero il governo che la mette in condizioni di esprimersi».

Quindi a rigor di logica, secondo l’astruso giuli-pensiero, l’arte sarebbe sempre e comunque solo un’arte di regime: autoritario o libero che sia. Ed il giudizio su di essa deriverebbe dal giudizio sul governo. Ma adottando tale criterio, evidentemente caro a Giuli, come dovremmo, ad esempio, valutare l’arte di

Luigi Pirandello?

E cito a caso solo uno dei tantissimi artisti italiani che vissero, crearono e lavorarono sotto un regime dittatoriale. La verità è che la funzione artistica è espressione dello spirito e quindi sempre intrinsecamente libera; che sia dissidente o no è infatti artisticamente irrilevante. Per questo l’arte può nascere anche sotto una dittatura e per questo può unire popoli e civiltà diverse, proprio perché autonoma, superiore a qualsiasi legge o dimensione socio-politica. La cultura non crea ghetti politici, li abbatte. Così come lo scambio culturale abbatte qualsiasi frontiera.

Mi ha pertanto avvilito leggere che Giuli attribuisce all’odiato Putin persino la repressione di una libera espressione artistica in Ucraina; quando forse è Zelensky ed il suo regime autocratico ad avere le maggiori responsabilità

A meno che Giuli non voglia spacciare lo Stato ucraino per democratico. In tal caso si troverebbe smentito dall’imponente informativa in materia fornita non dalla Russia bensì dagli Stati Uniti. Ma tant’è: l’isteria russofoba fa il paio con il sonno della ragione. Peccato, perché da un dandy mi sarei aspettato una maggiore attenzione, non dico etica ma almeno estetica, all’uso delle parole e dei concetti; così come gli accade per l’uso delle giacche o degli stivali.

Debbo inoltre ammettere di essermi infastidito per la retorica sulla difesa della libertà di espressione da parte di un Ministro che ha avvallato l’estromissione di Beatrice Venezi, direttore d’orchestra del teatro La Fenice di Venezia

La quale si è resa colpevole di libera espressione sulla stampa. Già, perché non dimentichiamolo, Beatrice Venezi è stata cacciata non per demeriti professionali ma solo per aver espresso ad un quotidiano argentino un suo giudizio critico su certo nepotismo praticato all’interno dell’orchestra e della Fondazione La Fenice. Il che ha destato l’ira dei sindacati degli orchestrali e della Sinistra che ritiene suo diritto scegliere direttori e Sovrintendenti.

Eppure basterebbe nn frequentare un po’ i teatri lirici per trovare ben altre cose!

Ci vorrebbe probabilmente un po’ più di umiltà da parte del Ministro Giuli, ma è pur vero che tale qualità non si confà al dandismo. Solo che mi chiedo che dandismo è mai quello che si priva del distacco ironico per abbracciare il conformismo del mainstream? Per carità non pretendo che Giuli si comporti da dandy come Oscar Wilde o D’Annunzio, ma nemmeno come l’ultimo fanatico propagandista di una Unione Europea senza anima e identità.

È del suo dandismo che, in fondo, mi preoccupo. Perché così com’è finisce soltanto per essere una variante (un po’ più macho) del wokismo in voga nei saloni di Bruxelles e nei salotti di una Sinistra che si nutre del nulla

E un dandismo ridotto a wokismo renderebbe ancora più triste il ritratto del dandy Alessandro Giuli, Ministro della Cultura della Repubblica Italiana.

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Tags: BiennaleDandismoGIULIPRIMO PIANOWOKE
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