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Dalla dipendenza energetica al pensiero unico: un’analisi della linea europea

di Francesco Petrone
31 Marzo 2026
In Politica
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La vittoria di Schlein fra populismo e incognite
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Dalla dipendenza energetica al pensiero unico: un’analisi della linea europea.
Elly Schlein ha dichiarato che un’eventuale riapertura dei canali di rifornimento di gas dalla Russia da parte del governo italiano sarebbe un atto che allontana l’Italia dall’Unione Europea. Questa affermazione è stata fatta nonostante la grave crisi energetica che si prospetta dovuta alla guerra che interessa il Golfo Persico e provocata da Israele e dagli USA. Questa posizione fa ben comprendere l’allineamento anche del PD alla volontà della Commissione Europea. Infatti Ursula von der Leyen sostiene la linea di un totale rifiuto della possibilità di una futura normalizzazione con la Russia anche dopo una futura eventuale pace. Atteggiamento sospetto dato che le paci mirano proprio alla normalizzazione dei rapporti fra Stati dopo ogni conflitto. Viene il sospetto che possa esistere un piano di qualche centrale che progetti qualcosa dì simile alla guerra fredda, uno stato di perenne ostilità. Infatti Bernard Baruch, influente finanziere e consigliere presidenziale statunitense, nel 1947 utilizzò questa espressione citando il concetto di guerra fredda, in un discorso pubblico il 16 aprile 1947, per indicare che non ci poteva essere una pace vera. Aveva ripreso il concetto da George Orwell il quale però aveva descritto il fenomeno negativamente nel 1945 in un suo saggio “You and the Atomic”, in cui descrive un mondo perennemente sotto l’incubo della minaccia nucleare. Sembra che quello della perenne ostilità sia un concetto accettato uniformemente, lo dimostra anche l’adeguamento del segretario del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte che recentemente ha affermato: “Kiev va difesa, no al gas russo”. Del resto le preoccupazioni della Schlein sembrano superflue perché anche il governo italiano si è adeguato perfettamente alla strategia dell’Unione Europea, confermando il blocco delle importazioni di gas russo e puntando alla completa diversificazione delle fonti energetiche, nonostante le difficoltà provocate dalla chiusura dello stretto di Hormuz e del prezzo più alto del gas liquefatto statunitense. Il governo aveva pensato anche di sfruttare i giacimenti nelle acque antistanti Gaza dopo un accordo con Israele, ma l’ ENI si è dovuta ritirare per non essere accusata di appropriazione indebita dato che di quel gas non è di proprietà di Israele. Non solamente la politica ma anche i media sembrano inspiegabilmente allineati alla vulgata generale.
Quasi tutte le principali testate giornalistiche italiane come Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, hanno adottato una linea editoriale in modo ferreo filo-atlantista e di sostegno all’Ucraina. La strategia bellicista descrivendo il conflitto come una resistenza legittima contro l’aggressione russa e ignorando i pregressi. Chiunque cerchi di fare analisi più complesse diventa un filo putignano. Come un mantra, quasi tutta la stampa europea si è trasformata in un coro con una posizione nettamente filo-ucraina, enfatizzando la minaccia russa alla sicurezza europea. È tutto il mondo politico mediatico spinge in modo enfatico sul riarmo europeo. Infatti anche in Europa tutti sembrano essere sulle stesse posizioni come obbedissero a qualcuno e non ha importanza la provenienza politica che siano socialisti, centristi, conservatori o anche liberali. Chi è il Baruch dei nostri giorni? Famoso il pensiero espresso dal giornalista americano Walter Lippmann, noto a suo tempo anche come politologo a causa della sua analisi sul condizionamento operato dalla diffusione dei mass media creatori di pregiudizi nelle società più avanzate. La sua frase sembra adattarsi perfettamente all’attuale situazione italiana ed europea  “Quando tutti pensano allo stesso modo, nessuno sta pensando”.  Lippmann voleva denunciare il conformismo di massa che annulla la vera riflessione criticava la condivisione che nella società mediatica non è basata sulla condivisione critica ma su una passiva adesione alla narrazione egemone. È esattamente ciò che sta accadendo ai nostri giorni in Europa. Se accade che una comunità intera non presenta più voci discordanti, significa solo che l’analisi è stata rimossa. Può essere comprensibile se questo accade nella massa, ormai priva di ogni opinione, però questo non può valere per le élite culturali e politiche che sembrano invece adeguarsi ad un pensiero unico anche se completamente privo di una logica politica. Anche nelle classi dirigenti sembra prevalere il non pensiero. Esiste solamente un’apparente area alternativa confusa e relegata prevalentemente nell’area del disagio psicologico, degli emarginati, dei violenti, che sono strumentali per dare l’ idea della tolleranza di una oligarchia che sembra apparentemente dare spazio a tutti e invece è un’opposizione stracciona funzionale al potere che sembrano contestare, il potere composto da “quelli che contano” per usare una definizione di Draghi. Il rischio drammatico a cui si potrebbe andare incontro è quello di un «lockdown energetico», un razionamento reso possibile in contesti di grave crisi, come il conflitto in Medio Oriente che minaccia le forniture di petrolio e gas, rendendo eventualmente necessarie misure drastiche di risparmio. Le misure potrebbero consistere in limitazioni negli spostamenti, riduzione dell’illuminazione e del riscaldamento, fino ad arrivare allo smart working forzato. Le misure possono includere la riduzione della velocità in autostrada, la limitazione dei voli aerei, la diminuzione delle temperature del riscaldamento nelle abitazioni, e lo spegnimento delle luci nelle vetrine dei negozi. L’apparato industriale ha già lanciato un grido di allarme proprio a proposito della crisi energetica perché vive una situazione di pressione, con costi dell’energia che sono tra i più alti al mondo, costi che mettono a rischio la competitività manifatturiera. Confindustria e Federchimica hanno lanciato allarmi sui costi energetici che creano problemi alla produzione, crisi che molti leggono già aleggia l’ avanguardia della deindustrializzazione. È soprattutto il prezzo dell’ energia a preoccupare perché le imprese italiane sono danneggiate a causa della concorrenza dei prezzi. Il costo dell’ energia costringe le imprese a tenere bassi i salari provocando la contrazione del mercato interno. A questo si aggiunge la volontà della UE di imporre la transizione ecologica che aggrava la situazione. Sembra una tempesta perfetta e parlare di principi da mantenere e di morale in tale contesto sembra una scusa per servire altri interessi perché è chiaro che la completa rottura delle relazioni energetiche con Mosca ha provocato un aumento dei costi di produzione che si risente maggiormente nei settori energivori, rendendo l’industria europea meno competitiva rispetto a rivali con energia a basso costo, come Stati Uniti e Cina. Queste politiche hanno creato una dipendenza da nuove fonti di energia spesso più care, incidendo negativamente. A proposito della politica estera molti osservatori di domandano della ragione del  “doppio standard” nell’applicazione delle sanzioni internazionali, notando una maggiore fermezza verso la Russia rispetto alle azioni in Medio Oriente. Inoltre il voler tenere il punto sulla transizione ecologica, con le sue rigide normative sulle emissioni, è vista da settori industriali come un onere burocratico e finanziario. L’ unico risultato delle normative della UE sembra essere quello di spingere le produzioni al di fuori dell’Europa con il sempre più diffuso fenomeno della delocalizzazione verso paesi più tolleranti, aggravando il declino industriale. Infatti come prevedibile, il rincaro dei prezzi dell’ energia e i provvedimenti della politica green soprannominati ironicamente Ayatollah a causa della loro rigidità moralistica è causa di una debolezza competitiva strutturale, con un impatto negativo sul PIL. Purtroppo la retorica narrazione sembra voler ignorare l’indebolimento dell’ industria manifatturiera europea. Una parte dell’ opinione pubblica, anche se in minoranza, sembra aver percepito l’inadeguatezza della classe politica europea. Infatti ormai è appurata la mediocrità e l’incapacità della classe politica attuale non all’altezza per gestire sfide complesse e troppo focalizzata su liti su argomenti futili. L’Europea è in piena crisi politica ed anche spirituale. La classe media è stata erosa e con lei la cultura, asse portante di ogni nazione, mentre la nuova élite finanziaria è del tutto priva di ogni tipo di profonda cultura. È evidente la mediocrità delle classi dirigenti. Del resto la società di massa verso cui sembra che un certo mondo si stia dirigendo, predilige lo svago superficiale a dispetto dell’approfondimento. Il corpo sociale è evidente che si sta disgregando a causa di valori e di una cultura condivisi. Del resto l’attività che molti prediligono è quella della decostruzione di ciò che ha ereditato. Sembra che di Nietzsche, la nostra società condivida solamente la fatica di reggere il fardello di essere eredi.

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Tags: Campo LargoCINQUE STELLEElly SchleinIndipendenza energeticaPDPENSIERO UNICOPRIMO PIANO
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