Come proteggere una generazione cresciuta nell’online: la domanda che emerge dal dramma in Svizzera
Nei video circolati dopo il tragico evento avvenuto in Svizzera colpisce un dettaglio che va oltre l’evento in sé: in alcuni frammenti, di fronte a una situazione che richiedeva lucidità e fuga immediata, qualcuno ha scelto di filmare
Non per cinismo, non per sfida, ma come se lo sguardo fosse rimasto separato dalla realtà che stava diventando pericolosa.
È un elemento che interroga tutti, non solo i più giovani. Quel senso di apparente padronanza, quell’atteggiamento di distacco, non è da condannare in chi ha vissuto momenti terribili e drammatici, momenti nei quali ciascuno di noi avrebbe potuto trovarsi.
È piuttosto il segnale di una trasformazione profonda del modo in cui le nuove generazioni percepiscono e attraversano il rischio
I ragazzi di oggi crescono da anni in una dimensione sempre più mediata dagli schermi. Una realtà filtrata, condivisa, osservata prima ancora di essere vissuta.
Il telefono diventa istintivamente uno scudo: guardare attraverso una lente può dare l’illusione di controllo, di distanza emotiva, quasi di protezione. In quei secondi concitati, immortalare ciò che accade può apparire come un gesto automatico, non una scelta consapevole.
Questo non rende i giovani insensibili o incapaci di empatia
Al contrario, evidenzia una fragilità nuova: una distorsione nella percezione delle situazioni critiche, dove il confine tra presenza fisica e rappresentazione digitale si fa incerto. La difficoltà non è tanto riconoscere il pericolo, quanto reagire ad esso con strumenti adeguati, senza l’intermediazione costante di uno schermo.
Non a caso, in altri Paesi il dibattito è già diventato politico
L’Australia, ad esempio, ha dichiarato la necessità di limitare drasticamente l’accesso ai social network per i minori, riconoscendo l’impatto profondo che questi strumenti hanno sullo sviluppo, sull’attenzione e sulla capacità di affrontare la realtà.
Il dramma svizzero, al di là delle responsabilità e delle dinamiche specifiche, ci consegna dunque una domanda collettiva: come accompagnare e proteggere una generazione cresciuta nell’online, senza demonizzarla?
La risposta non sta nel giudizio, ma nell’educazione, nella presenza degli adulti, nella ricostruzione di un rapporto più saldo con il rischio reale e con il valore della vita, che non può essere messo in pausa né registrato.
