COME PERDERE LA BATTAGLIA PER L’EGEMONIA CULTURALE

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COME PERDERE LA BATTAGLIA PER L’EGEMONIA CULTURALE

C’è un errore che il centrodestra italiano continua a commettere con una ostinazione quasi suicida: considerare la battaglia culturale un elemento secondario rispetto alla gestione del potere e all’amministrazione dell’esistente.

Quando nel 2022 Giorgia Meloni ha conquistato Palazzo Chigi aveva promesso una vera e propria rivoluzione conservatrice, una rivoluzione che passava attraverso, anzi che si fondava su un netto cambiamento culturale che avrebbe fatto da necessario background alla propria azione politica

Dopo anni di marginalizzazione, dopo la traversata nel deserto dei governi di centro-sinistra, del governo giallo-verde, dei governi tecnici, l’avvento del centrodestra e la sua affermazione totale avevano fatto pensare che non solo la destra politica fosse finalmente uscita dal ghetto ma che si potesse innestare una spirale virtuosa che sottrarre alla sinistra quella (presunta) egemonia culturale che per decenni ha dettato la linea nella costruzione dell’identità della Nazione.

Insomma, la politica di destra o è visione o non è! E quella visione la può e la deve dare anche una classe di intellettuali di riferimento che possano dar voce a quelle istanze di rinnovamento di tanta parte del popolo italiano e costituirsi avanguardia di un futuro in cui finalmente anche il mondo conservatore potesse dir la sua nel panorama culturale italiano

E tutto questo in un momento molto particolare, allorché il progressismo mondiale non aveva più grandi intellettuali di riferimento ma ripiegava biecamente su una controcultura alternativa, woke e delirante.

Poi però è successo qualcosa! Un mistero ad oggi. Un ripiegamento tattico sul terreno più importante, che è diventato strategico e che come fa notare giustamente Nicola Porro ha condotto all’abbandono totale di tutti gli intellettuali, i giornalisti, i riferimenti culturali che per anni hanno dato voce e identità al mondo conservatore che vengono marginalizzati, ignorati o addirittura scaricati.

Vittorio Sgarbi è stato il primo a patire gli effetti di questo incomprensibile orientamento

Gravissimo poi il caso di Beatrice Venezi, attaccata esclusivamente per ragioni politiche, e infine Pietrangelo Buttafuoco nel recente caso della Biennale di Venezia.

È una scelta miope. E soprattutto è una scelta che rischia di svuotare il centrodestra della sua stessa ragion d’essere cercando una legittimazione e un accreditamento da parte del campo avversario che, al contrario, insiste con la narrazione “fascio-centrica” che dimostra ottusità e povertà intellettuale.

Per decenni la destra italiana ha denunciato proprio la pervasività dell’ egemonia culturale progressista nelle università, nell’editoria, nel cinema, nella televisione, nei grandi giornali e perfino nel linguaggio comune

Una denuncia spesso fondata. Ma denunciare non basta. Se davvero si ritiene che il sistema culturale italiano sia stato monopolizzato da una sola visione del mondo, allora costruire una alternativa diventa non solo legittimo, ma doveroso.
Ed è proprio qui che si innesta l’analisi di Porro: il centrodestra sta tradendo sé stesso.

Perché non esiste alcun cambiamento politico duraturo senza una infrastruttura culturale capace di sostenerlo.

Governare significa certamente amministrare, decidere, legiferare

Ma significa anche formare classi dirigenti, produrre idee, creare immaginario, incidere sul senso comune.

La sinistra questo lo ha capito da decenni. Ha costruito consenso ben prima delle urne, occupando scuole, editoria, spettacolo, università e dibattito pubblico. Ha trasformato valori e categorie culturali in strumenti di egemonia politica.

La destra invece sembra ancora convinta che basti vincere le elezioni

Così, nel momento in cui arriva al governo, anziché consolidare un ecosistema culturale alternativo, finisce per cercare legittimazione proprio negli ambienti che per anni l’hanno osteggiata.

Il risultato è paradossale: gli intellettuali vicini al centrodestra vengono trattati come imbarazzanti zavorre, mentre si rincorre il riconoscimento dei salotti culturali tradizionali

Ma una politica che rinnega i propri riferimenti culturali è una politica destinata a diventare amministrazione senz’anima. Senza una visione culturale forte, anche le riforme più importanti rischiano di essere temporanee, reversibili, fragili. Perché il vero potere non è solo nelle istituzioni: è nella capacità di orientare il pensiero collettivo.

Il punto non è creare un’egemonia opposta e speculare. Il pluralismo resta un valore

Ma pluralismo significa anche rompere monopoli culturali consolidati, dare spazio a sensibilità diverse, costruire luoghi di elaborazione capaci di produrre idee nuove.

Se il centrodestra abdica a questa missione, allora finirà inevitabilmente per essere assorbito dal paradigma culturale dominante

Ed è un esito che ormai sta diventando sempre più evidente ahimé, determinando uno scollamento progressivo tra il centrodestra e una parte di elettorato di riferimento. Un esito che getta ombre inquietanti in prospettiva delle elezioni del 2027.

Ed è questo il rischio più grande: vincere il governo senza cambiare davvero il Paese, ridursi a diventare amministratori senza più produrre visioni del mondo, senza offrire narrazioni alternative all’esistente

Di questo passo, la distinzione con “gli abituati al potere” di sinistra rischia di sfumare, quantomeno nella percezione dell’elettorato!

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