Come Berlinguer disarmò il comunismo e aprì la strada al neoliberismo
Negli anni Settanta Berlinguer inizia una frenetica attività di decostruzione della stessa struttura politica di cui è leader. Rompe con Mosca, lancia l’eurocomunismo, dice che la rivoluzione non si fa più, che bisogna accettare la democrazia parlamentare, la NATO, il mercato, l’Europa. Altiero Spinelli spinge nella stessa direzione per un’Europa sovranazionale come superamento degli Stati nazionali.
Più che un aggiornamento, sembra un cedimento. Il PCI era l’ultimo grosso argine culturale al capitalismo americano che stava esondando e a quello che poi si chiamerà neoliberismo. Era l’unico partito di massa che diceva ancora no al consumismo, no all’atlantismo, no alla società liberale
Quando Berlinguer dice va bene l’Europa, va bene la NATO, va bene l’austerità come virtù, di fatto rimuove quell’argine. Con il compromesso storico che apre al centro, la DC non deve più avere paura dei comunisti e può iniziare a privatizzare e a legarsi alla finanza internazionale. L’eurocomunismo legittima l’idea che il mercato non è il nemico, va solo corretto dall’interno. È il passaggio ideologico che poi permetterà a Occhetto, D’Alema e fino a Renzi di dire che liberalismo e sinistra sono compatibili e a Bersani di dire di aver liberalizzato più con due decreti che Berlusconi in dieci anni.
Spinelli e il federalismo europeo mirano a togliere sovranità nazionale, che era lo strumento con cui il PCI faceva politica economica: nazionalizzazioni, IRI, intervento statale. Senza Stato nazionale resta solo il mercato europeo. Rileggendo quegli avvenimenti, Berlinguer disarma il comunismo e lascia campo libero al neoliberismo.
Nel 1981 sposta tutto sulla questione morale. Nella famosa intervista a Repubblica dice che i partiti sono soprattutto macchine di potere e di clientela. Se il problema dell’Italia non è più il modello di sviluppo o la struttura capitalistica ma chi gestisce, allora il problema diventa morale. Se il problema sono le persone disoneste, la soluzione non è più cambiare la struttura economica ma sostituire le persone con persone oneste, tecnici, amministratori puliti.
Per molti Berlinguer rinuncia così alla politica come conflitto sociale e apre la strada all’antipolitica: non servono più le ideologie, servono gli onesti. Una linea che poi userà Mani Pulite. Thatcher e Reagan avevano vinto da poco anche perché a sinistra non c’era più un’alternativa radicale. C’era già l’eurocomunismo che diceva le stesse cose con parole più gentili
Quando Berlinguer sposta tutto sulla questione morale, avviene anche la sua beatificazione da parte della borghesia progressista. Per Repubblica e per i ceti medi istruiti è una figura rassicurante: il comunista che non vuole più fare la rivoluzione. Nasce il Berlinguer reliquia, l’uomo solo, triste, onesto, tradito da tutti. Non più il segretario del PCI che trattava con Moro e con le fabbriche, ma l’icona morale. Una beatificazione che serve a separare definitivamente Berlinguer dal comunismo e a trasformarlo in garante etico compatibile con il futuro ordine liberale.
Ma in Italia dovevano cambiare troppe cose, non solo il PCI. La stessa DC degli anni Sessanta e Settanta non era atlantista in modo docile. Enrico Mattei con l’ENI faceva accordi con Nasser, Gheddafi e l’URSS, saltando le Sette Sorelle americane. Moro e Andreotti tenevano aperto il canale con l’OLP e con il mondo arabo, mentre l’Italia era il ponte del Mediterraneo. Esisteva il lodo Moro: gli aerei arabi potevano transitare, in cambio l’Italia veniva esentata da attentati.
Per Washington e per una certa Europa del nord, una DC così autonoma, che si reggeva sul compromesso con il PCI per tenere stabile il Paese, era diventata ingestibile
Anche il PSI di Craxi era ritenuto intollerabile. A Sigonella nel 1985 dice no agli americani e rifiuta di consegnare Abu Abbas. Il PSI gestisce l’IRI, le partecipazioni statali, vuole l’Italia come media potenza mediterranea, non come esecutore della linea tedesco-americana. Ha soldi, potere, stampa.
Un PCI al 30 per cento con una base operaia che crede ancora nello Stato, nelle nazionalizzazioni e nella scala mobile non può entrare nel nuovo ordine che si prepara alla fine degli anni Ottanta: moneta unica, Maastricht, privatizzazioni, globalizzazione. Deve trasformarsi. Ecco l’eurocomunismo, poi la Bolognina, poi PDS e DS. Da partito di lotta di classe a partito di garanzia liberale, che non discute più la proprietà ma come gestirla.
In questa lettura Tangentopoli non è solo giudici che scoprono tangenti esistenti da quarant’anni, ma l’effetto di un momento storico in cui DC e PSI vengono tolti di mezzo perché il loro modello non serve più dopo la caduta del muro di Berlino
Al loro posto appare un bipolarismo già pronto: da una parte il PCI evoluto in chiave liberal-europeista, dall’altra Berlusconi come gestore del mercato.
Per questo molti notano una cosa strana: nel 1992-94 spariscono DC e PSI in due anni, ma banche, Confindustria, diplomazia americana e Commissione europea restano intatte. Cambia solo il personale politico.
Quanto fu preordinato e quanto fu crollo di un sistema che non stava più in piedi economicamente? Alla fine degli anni Ottanta crollano l’URSS, implode la Jugoslavia e tra il 1990 e il 1992 subisce un colpo mortale anche il sistema socialdemocratico edificato da Palme in Svezia, ucciso nel 1986.
In Italia l’accordo Ciampi-Andreatta del 1981, il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, cambia la natura del debito. Prima lo Stato faceva deficit per IRI, sanità e assunzioni e la Banca d’Italia comprava i titoli invenduti. Stampava moneta, i tassi restavano bassi, il debito era gestibile perché lo pagavamo a noi stessi.
Dal 1981 la Banca d’Italia non è più obbligata a comprare. I titoli vanno venduti sul mercato
Per piazzarli i tassi passano da negativi a più 5, più 6 per cento. Il debito esplode non perché si spende di più, ma perché si inizia a pagarlo al mercato. Nel 1980 il rapporto debito PIL è al 57 per cento, nel 1990 al 94, nel 1994 al 121. Sale la spesa per interessi. Lo Stato paga come un privato.
Con il divorzio lo Stato non può più finanziarsi da solo. Deve piacere ai mercati, a banche d’affari e fondi. Per piacere deve privatizzare, tagliare, entrare nello SME, poi Maastricht, poi euro. DC e PSI esitano, il PCI berlingueriano invece inizia a dire austerità, rigore, l’euro è necessario. Diventa interlocutore credibile per chi ha voluto il divorzio. Ciampi, l’uomo del divorzio, sarà poi presidente del Consiglio sostenuto dal PDS nel 1993 e poi presidente della Repubblica. È l’uomo di cerniera.
La narrazione ufficiale è stata ribaltata: si disse che il divorzio serviva a curare il debito, quando in realtà lo ha fatto esplodere e ha creato il bisogno politico di eliminare i partiti che lo avevano gestito alla vecchia maniera. Si crea il problema finanziario, poi si dice che per risolverlo bisogna eliminare chi lo ha causato
Prima del divorzio il debito era al 90 per cento in mano agli italiani, famiglie con BOT, banche italiane, Banca d’Italia. Oggi circa il 30-35 per cento è in mano a investitori stranieri e quasi il 25 per cento è in mano alla BCE tramite Bankitalia, quindi formalmente interno ma condizionato dalle regole europee. Non decidiamo più il tasso, lo decide lo spread, il giudizio dei fondi.
Non si può più svalutare. Con la lira il debito se lo mangiava l’inflazione, con l’euro no. Ogni manovra deve essere approvata non solo dal Parlamento ma dal mercato. Se non piace, vendono BTP, lo spread sale a 500 come nel 2011 e il governo cade, come accadde a Berlusconi sostituito da Monti
DC e PSI potevano avere velleità arabe e mediterranee perché il debito era in casa e potevano litigare con l’America. Oggi nessun governo, di destra o di sinistra, può avere velleità autonome vere, perché il giorno dopo i detentori esteri vendono. L’autonomia politica è finita quando è finita l’autonomia monetaria.
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