Classi dirigenti in stato di avanzata decomposizione

ROMA 24-01-2014 PALAZZO DI GRAZIA E GIUSTIZIA. CERIMONIA DI APERTURA DELL'ANNO GIUDIZIARIO PRESSO LA CORTE DI CASSAZIONE. , - POLITICA, GIUSTIZIA, TRIBUNALE, ANNO GIUDIZIARIO CASSAZIONE, GIUDICI, TOGHE,

Persino un lettore distratto dei quotidiani nazionali, la mente ottusa dalla vampa sahariana, potrebbe porsi la seguente domanda: “Che fine ha fatto l’indagine sulla vicenda delle nomine pilotate al CSM?”. Scomparsa irreversibilmente oltre l’orizzonte degli eventi. Eppure non è un cosuccia da niente, giacché investe la credibilità dell’organo di governo di un ordine, quello giudiziario, che si considera indebitamente un “potere”; un ordine che si consuma da anni, come il filosofo-legislatore platonico, in una attività pedagogica senza speranza: insegnare il diritto, la morale, il vero e il giusto, ai miserabili cittadini che, a differenza dei giudici, non sono riusciti a evadere dalla caverna.

Finalmente, dopo giorni di silenzio, il Corriere torna a parlare dell’affaire del CSM, con qualche stralcio di intercettazione, in due paginette piuttosto defilate, nelle quali compare Luca Palamara, con la sua ghigna non proprio raccomandabile. Lo stupore dinanzi alla stitichezza mediatica che avvolge la vicenda lascia interdetti. I filosofi-legislatori, i custodi della città, devono essere integerrimi, devono dare l’esempio, poiché sono i soli ad aver visto il dikaion, il giusto assoluto, il giusto autentico, l’unico e vero diritto. Platone, è vero, ci racconta che i filosofi-legislatori, che da noi sono i giudici, sono costretti a mentire. Menzogne a fin di bene, peccatucci veniali, in fondo. I filosofi-legislatori mentono poiché i comuni cittadini, ancora prigionieri della caverna, non hanno visto il giusto assoluto, e se qualcuno ne rivelasse loro il contenuto, non sarebbero in grado di sopportarlo. L’ordine politico-sociale finirebbe in pezzi. Di qui la necessità di mentire. Ergo, i giudici, i nostri filosofi-legislatori, mentono. Ma una menzogna platonica non è una menzogna comune, è una menzogna dotata di un pedigree eccezionale, una menzogna che uomini dalle anime d’oro raccontano a uomini schiavi di una realtà illusoria, uomini dalle anime di ferro o di fango. Ben venga, dunque, la menzogna.

Ma gli intrallazzi contra legem per pilotare nomine e incarichi all’interno di un organo che dovrebbe essere autorevole, specchiato e integerrimo? Che posto hanno in tutto ciò? Forse è questo il metodo di selezione dei migliori, il metodo che i filosofi-legislatori hanno “visto” al termine del loro percorso ascetico. A noi, che siamo ancora prigionieri della caverna, ci par d’essere di fronte soltanto a corruzione e a malaffare. Tuttavia, consapevoli della nostra schiavitù, sappiamo di non comprendere, sappiamo che per noi può esserci solo il silenzio, un silenzio umile e rispettoso.

Se non fosse che anche il cittadino-schiavo, che scorge solo l’ombra delle cose, ogni tanto partecipa alla chiacchiere da bar, occupazione tipica delle classi subalterne. E nei bar, anche chi già mezzo ubriaco sfoglia distrattamente le pagine dei quotidiani locali, ricorda benissimo le settimane e i mesi durante i quali inchieste giudiziarie inutili hanno riempito le pagine dei giornali, con articoli che il più delle volte non erano altro che un copia-incolla dei verbali contenenti le intercettazioni telefoniche. Il prigioniero della caverna osa allora chiedersi: “Perché? Che senso ha tutto ciò? Raccontateci per favore una menzogna credibile!”. Giorni fa, in un bar di provincia, un gruppo di cittadini-schiavi, al terzo aperitivo, rievocava, tra le altre, la vicenda ormai lontanissima delle cosiddette “olgettine”. I commenti, sussurrati in un’ebrezza timorosa, parlavano di una questione priva di qualsiasi rilievo giuridico; di denari pubblici gettati a migliaia nel pozzo senza fondo di una indagine insensata dal punto di vista del diritto; di una indagine, come molte altre, sensata solo dal punto di vista politico, di una militanza sfacciata da parte di un ordine che dovrebbe occuparsi di applicare in concreto l’ars boni et aequi, dando risposte certe e plausibili ai bisogni e alle aspettative reali dei cittadini; di una indagine sensata, al limite, dal punto di vista della morale. Il diritto, però, non è la morale, e i nostri giudici, inconsapevolmente platonici, dovrebbero dedicare più tempo alla lettura e assai meno ai quotidiani e alle loro prime e terze pagine, sulle quai invece bramano di comparire. Scoprirebbero allora l’Aquinate, Guglielmo di Ockham, e poi Grozio, Hobbes, e su su, sino a Carl Schmitt e persino a Piero Calamandrei; e forse capirebbero, fuori tempo massimo, cosa significa fare il giudice, e persino cos’è il diritto, consapevolezze che non si possono acquisire semplicemente superando ‘o concuorso’, che al massimo certifica il non analfabetismo e la pregressa capacità di studio e di secchionaggine.  

Ma non è finita qui.

Chi scrive dubita che i docenti universitari possano ascriversi alla classe dei filosofi-legislatori. Sono però cosiderati anch’essi, a torto o a ragione, “classe dirigente”, per quanto ben inteso collocati su un gradino inferiore rispetto a quello dei detentori del giusto assoluto. Da chi è classe dirigente ci si aspetterebbe serietà, rettitudine morale, cultura adeguata, eleganza e misura nello scrivere e nel parlare.

Ecco invece che il cittadino-schiavo, giunto al quarto aperitivo, s’imbatte sfogliando il solito quotidiano locale, nella seguente notizia: “Sospensione dal servizio per il rettore dell’Università di Catania e per nove docenti (con posizioni importanti all’interno dei dipartimenti) ritenuti a vario titolo responsabili dei reti di associazione a delinquere, corruzione, turbativa d’asta…Nel procedimento sono complessivamente iscritti 40 professori delle Università di Bologna, Cagliari, Catania, Catanzaro, Chieti-Pescara, Firenze, Messina, Milano, Napoli, Padova, Roma, Trieste, Venezia e Verona”. Si tratta in pratica di una indagine della Digos, denominata “Università bandita”, a seguito della quale è emersa l’esistenza di 27 concorsi truccati: 17 per professore ordinario, 4 per professore associato, 6 per ricercatore.

Ciò che lascia sbalorditi è il linguaggio da postribolo che emerge dalle intercettazioni, tutte debitamente pubblicate. I cittadini-schiavi, avventori dei bar, fatta la tara per qualche bestemmia buttata lì a mò di intercalare, parlano molto meglio o molto meno peggio. “Vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare”, dice un professore indagato riferendosi agli altri candidati, a proposito di un cadidato che doveva vincere. Un altro dice invece: “Hanno pestato la merda, ora se la piangono”, commentando l’operato di un candidato che aveva presentato ricorso, che sarebbe stato minacciato di ritorsioni nei confronti della moglie, “che non avebbe mai più fatto parte di una commissione”.

A gettare nello sconforto non è soltanto il linguaggio da trivio che emerge d queste conversazioni. A lasciare sconcertati, ancor prima, è il fatto che tali elevati conversari si svogano al telefono, in un mondo nel quale chiunqe può essere intercettato e in un Paese nel quale i giudici-filosofi-legislatori (vedi sopra) corrono all’inseguimento dei titoloni, nella speranza di buttarsi in politica, o di avere promozioni proporzionate alla loro spregiudicatezza, da parte di un CSM in gran parte corrotto.

L’uomo della strada sarebbe tentato di dir loro: “Se volte comportarvi da fuorilegge membri di un’associazione, almeno abbiate il buon senso di imparare da chi queste cose le fa da sempre e con un certo successo: i mafiosi non parlano al telefonino, neppure in siciliano stretto; s’incontrano in luoghi pubblici, al riparo d possibili cimici, o in bunker sotterranei, o magari usano pizzinni spediti mediante corrieri di fiducia”.

Il cittadino-schiavo fatica a scorgere in simili personaggi i tratti distintivi essenziali di una classe dirigente, quali ad esempio senso del dovere verso la comunità, consapevolezza delle responsabilità proprie di quei posti di potere, senso dello Stato, l’accenno di un’idea di bene comune, etc. Nulla di tutto ciò. Solo arroganza, protervia, volgarità, gusto per l’intrallazzo, il tutto accompagnato da una incredibile dose di stupidità. Il che rende la colpa non suscettibile di emenda.

Talché appare evidente che la realtà vera è quella che scorgono i cittadini-schiavi mezzi ebbri: tutto è solo menzogna; là fuori, fuori dal bar, non c’è l’Atene di Pericle; tutto, là fuori, assomiglia a un quadro di Bosch, dove il grottesco si sposa col tragico. Senza speranza di salvezza o di redenzione.   

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