Chi attacca le divise attacca l’Italia: la sicurezza come spartiacque politico
La violenza esplosa a Torino nei giorni scorsi non è un fatto isolato né una parentesi di cronaca nera.
È, piuttosto, l’ennesima manifestazione di una frattura profonda che attraversa il Paese e che riguarda il modo in cui si guarda alla sicurezza, allo Stato e a chi ogni giorno ne rappresenta l’autorità sul territorio
In questo contesto, l’iniziativa della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha chiamato le opposizioni a una risoluzione unitaria sulla sicurezza e annunciato nuovi provvedimenti in Consiglio dei Ministri già questa settimana, assume un significato che va oltre l’immediata risposta all’emergenza.
Il governo Meloni, coerentemente con la storia e la cultura del centrodestra italiano, ha sempre posto la sicurezza e la tutela delle forze dell’ordine al centro della propria azione politica
Non come slogan, ma come principio fondante: senza sicurezza non c’è libertà, senza ordine non c’è convivenza civile, senza tutela di chi difende lo Stato non c’è Stato. Le donne e gli uomini in divisa sono il primo presidio di legalità nelle città, spesso il primo e unico argine tra la normalità quotidiana dei cittadini e il caos della violenza.
A Torino, come in altre città italiane negli ultimi anni, non si è assistito a una legittima manifestazione di dissenso, ma a una degenerazione violenta che ha preso di mira simbolicamente e fisicamente le forze dell’ordine. Agenti colpiti, feriti, accerchiati. Scene che non possono essere archiviate come “tensione sociale”, perché raccontano altro: una narrazione tossica che da tempo parte di un certo mondo politico e culturale porta avanti, quella che dipinge la polizia come il nemico, l’oppressore, l’avversario ideologico, anziché come il difensore del cittadino e delle istituzioni democratiche.
È qui che si consuma la distanza profonda tra due visioni del Paese. Da un lato, il centrodestra e il governo Meloni, che rivendicano la necessità di rafforzare gli strumenti di tutela per chi indossa una divisa, consapevoli che quelle donne e quegli uomini mettono ogni giorno a repentaglio la propria vita per garantire la sicurezza di tutti
Dall’altro, un’opposizione che troppo spesso ha rincorso una lettura ideologica della realtà, indulgendo in una rappresentazione distorta delle forze dell’ordine come simbolo di repressione anziché come pilastro della comunità nazionale.
L’appello di Meloni a una risoluzione unitaria sulla sicurezza non è una concessione politica, ma una prova di responsabilità istituzionale. È l’invito a riconoscere che la sicurezza non può essere terreno di ambiguità, né ostaggio di una visione che ha progressivamente smarrito il senso della patria, delle radici comuni, del rispetto per le istituzioni. Difendere chi difende lo Stato non significa limitare i diritti, ma preservare le condizioni perché quei diritti possano esistere.
La violenza di Torino ha scosso l’opinione pubblica perché ha mostrato, senza filtri, cosa accade quando viene meno il rispetto per l’autorità e per chi la incarna.
La risposta del governo punta a riaffermare un principio semplice ma spesso dimenticato: non esiste libertà contro lo Stato, ma solo dentro uno Stato che sa difendere sé stesso, i propri cittadini e le proprie istituzioni
E in questo, piaccia o no, la linea del governo Meloni è chiara da sempre.

