Berlino e il silenzio delle contraddizioni

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Berlino e il silenzio delle contraddizioni

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il dramma di quanto accaduto ieri a Berlino. Migliaia di persone stavano celebrando il Christopher Street Day, il Pride più importante della Germania, asserito simbolo della libertà di amare e di vivere la propria identità senza paura.

Poi un furgone si è lanciato sulla folla

Una persona è morta, almeno sedici sono rimaste ferite e la festa si è trasformata in una scena di terrore. Le autorità hanno identificato come principale sospettato un giovane già noto per i suoi legami con ambienti islamisti, mentre le indagini proseguono per accertare con precisione i dettagli della tragica vicenda.
Di fronte a tragedie come questa, il primo dovere è il rispetto per le vittime. Il secondo dovrebbe essere quello della verità. E la verità, spesso, è scomoda.

Da anni una parte dell’attivismo LGBT occidentale ha deciso di legare la propria battaglia a quella palestinese, dando vita a movimenti come “Queers for Palestine”

Lo slogan è semplice: la difesa dei diritti umani deve essere universale. Un principio condivisibile. Il problema nasce quando l’universalità dei diritti smette di essere davvero universale e diventa selettiva.

Nei paesi islamici dove la Sharia è legge di stato, l’omosessualità continua a essere un reat

In alcuni casi è punita con lunghi anni di carcere, in altri persino con la pena di morte. Anche nei territori controllati da gruppi islamisti come Hamas, le persone LGBT non godono di libertà e tutele ma vengono gettati dai palazzi per decreto religioso. Sono fatti documentati, non opinioni.

Eppure una parte del movimento queer occidentale sembra voler ignorare questa realtà

Si organizzano cortei con bandiere arcobaleno accanto a quelle palestinesi, si inneggia alla solidarietà senza mai affrontare una domanda fondamentale: come verrebbe trattato un attivista gay in molti dei contesti politici che oggi vengono difesi senza riserve?

La risposta è tutt’altro che rassicurante.
Ignorare questa realtà è del tutto privo di senso, con buona pace del movimento LGBT in preda a evidenti bias cognitivi

L’attacco di Berlino, ennesimo per forma e dinamiche ad altri avvenuti in passato, Italia compresa, rappresenterebbe una tragica dimostrazione di questa incompatibilità.

Da una parte una manifestazione nata per rivendicare libertà individuali; dall’altra un’ideologia politico religiosa che considera proprio quelle libertà una colpa da reprimere

Ed è qui che emerge tutta la fragilità politica di questi movimenti tra cui spicca proprio “Queers for Palestine”.

La contraddizione nasce quando la presunta solidarietà diventa acritica e porta a sorvolare sulle persecuzioni subite dalle persone LGBT nei contesti governati o influenzati da movimenti islamisti

E diventa ridicola quando al contrario attacca l’unico paese che consente e incentiva i Gay Pride (cioè Israele).
I diritti umani non sono un menù dal quale scegliere ciò che conviene sostenere. Non si può sfilare per la libertà sessuale a Berlino e tacere quando quella stessa libertà viene negata altrove per ragioni religiose o ideologiche. Non si può denunciare l’omofobia in Europa e poi minimizzarla quando assume altre forme o proviene da ambienti ben più pericolosi.

La tragedia di ieri dovrebbe servire anche a questo: a ricordare che la difesa della dignità umana richiede coerenza

Altrimenti si rischia di tradire proprio quei valori di libertà, uguaglianza e rispetto che il Pride dice di rappresentare.
È una questione di credibilità. E questi movimenti ancora una volta hanno dimostrato di esserne carenti purtroppo scoprendolo nel modo più triste e tragico possibile

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