Anthony Hopkins e il nuovo fascismo

“Viviamo nella cultura del nuovo fascismo, della cancel culture. Non c’è libertà di parola” . Con queste parole Anthony Hopkins, il noto Hannibal Lecter de “Il Silenzio degli Innocenti” porta all’attenzione uno dei grandi problemi culturali della nostra epoca.

La dittatura del politically correct

La dittatura totalitaria della cultura progressista woke che dagli Stati Uniti d’America ha ormai invaso l’Europa e oltre, e che si nutre di una rivisitazione integrale di linguaggio, immagini e simboli. Una mistificazione continua e pedante che ha come obiettivo un esperimento – già a buon punto, invero – di ingegneria sociale verso un nuovo orizzonte ideologico.

One life

E l’attore lo fa in occasione della presentazione del suo nuovo film, One Life, nel quale Hopkins interpreta Nicholas Winton, broker londinese che nel 1938 salvo 669 bambini quasi tutti ebrei prima dell’arrivo dei nazisti in Cecoslovacchia.

Dunque un film su una dittatura passata e i suoi inenarrabili corollari per gettare un ponte riflessivo su un nuovo pericolo. Il fascismo delle parole, per citare un recente libro.

Vecchie e nuove ideologie a confronto

E oggi come ieri, il richiamo totalitario alla dittatura del linguaggio politically correct determina una contrazione abominevole della libertà di pensiero che rimanda, appunto, a esperienze dittatoriali del 900. Dal nazismo al comunismo, le dittature si nutrono di una narrazione falsa e falsificata a loro congeniale, che esalti una certa visione del mondo – la loro – e che non tollera contraddittorio, dubbio, messa in discussione, critica e confronto.

Un tempo Goebbels insegnava che una bugia ripetuta all’inverosimile diventa verità. Siamo all’ABC della manipolazione che a quel tempo purtroppo si concretizzò in atti feroci.

Oggi viviamo in un tempo in cui tale violenza non assume le forme disumane dello sterminio di massa, o dei confinamenti ma non è meno insidiosa.

Le parole di Hopkins e il nuovo stigma sociale

“Se dici qualcosa, sei cancellato” – afferma Hopkins. Non è dunque la morte fisica, ma la morte civile, lavorativa, intellettuale. L’esser contro il c.d. “pensiero giusto” (per chi?) comporta la cancellazione dall’orizzonte culturale, toglie opportunità, priva del respiro della libertà. L’analisi di fenomeni complessi non è ritenuta più necessaria. La società odierna inclina verso un manicheismo da tifoseria, dove ci sono i buoni e i cattivi e naturalmente, bisogna stare dalla parte dei buoni (spesso atuoinvestitisi tali).

Chi cerca di fuggire, muore

Chi intende fuggire da questa semplicistica metodologia, viene emarginato, accusato di intelligehentia con il nemico e “ucciso”.

Il punto di vista dell’avversario, sia esso politico, culturale, intellettuale, non viene preso in considerazione – nemmeno per confutarlo – ma semplicemente viene scartato, deriso, delegittimato.

Viviamo dunque nel mondo del virtuoso – ci dice Hopkins – dove la virtù è qualcosa di decisa a tavolino, programmata e poi imposta.

Non c’è spazio per il dissenso

In questo schema, non c’è spazio per una intelligenza creativa problematica e problematizzante. Si cerca la soluzione veloce, la deportazione del pensiero critico, lo sterminio della critica.

Un approccio, appunto, totalitario che parte dal linguaggio scritto, con l’invenzione di tanti neologismi politically correct, alla rivisitazione di immagini e narrazioni per imporre un cambiamento contrabbandandolo da progresso.

Siamo sicuri che sia progresso?

Ma un cambiamento, affinché produca degli effetti, ha bisogno di passare la vaglio della critica, del confronto democratico, di mediazioni continue. Insomma, ha bisogno del tempo per farsi metabolizzare, altrimenti diventa un’altra cosa: appunto, ingegneria sociale.

La direzione, dunque, è quella di una società monolitica, grigia, tecnocratica, dove ogni elemento eterodosso, ogni fuga artistica e creatrice, ogni ricerca spirituale è soffocata sul nascere. Un orizzonte orwelliano che uccide l’anima.

L’arte, il divertimento, la spiritualità.. vita reale!

Ed ecco che Hopkins invita alla valorizzazione dell’arte, della recitazione come strumento di benessere, per promuovere una vita rispettosa e divertente, ma anche spirituale nella speranza di qualcosa oltre il grigiore del quotidiano.

Una pulsione metafisica, dunque, che si nutre di un rapporto proficuo con la morte, tappa finale per ciascuno di noi che diventi una scommessa su una idea superiore che dia un senso all’umano esistere, libero da condizionamenti di chi vuole imporre le proprie utopie a qualunque costo, fosse anche il sangue degli innocenti

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