Adriano Segatori: me ne frego del Covid

me ne frego

Me ne frego – È necessario, almeno dal mio punto di vista, stabilire delle direttive di pensiero chiare, indiscutibili e provocatorie. Per rompere questa atmosfera asfittica del piagnisteo, della paura e dell’ansia catastrofica di attesa.

Alla mia età di morire non mi frega un beatissimo cazzo, né mi interessava a vent’anni – avevo altro a cui pensare. Ho vissuto benissimo accatastando un cumulo di errori, cercando anche di fare del bene. Senza il minimo segno di rimorso, la più piccola scivolata nel pentimento, ma anche senza la trascurabile avvisaglia di rimpianti.

Non mi curo, fumo e bevo più che posso, e sono grato al Padreterno (se c’è) e alla genetica (che c’entra di sicuro) dello stato psicofisico in cui mi trovo attualmente, aspettando una diagnosi che prima o poi verrà.

Credo fermamente – e qui mi collego ad una condivisa intuizione di Umberto Galimberti –, che non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché dobbiamo morire.

Decenni di immersione ipnotica da parte della tecnocrazia e della presunzione sanitaria ci ha corroso il senso di realtà e inoculato la chimera dell’eterna giovinezza.

Eh no, cari miei. Crepare si deve… So che rompe, ma si deve. Non si può fare altrimenti.

la morte: un’occasione da non perdere

Alcuni decenni fa organizzai un convegno: “L’appuntamento con la morte: un’occasione da non perdere”. Tra i relatori c’era l’amico Massimo Fini con il quale sono quasi sempre stato in sintonia. Concordammo che la vita è un’impresa, e come tale dev’essere gestita. In sé non serve, se non per il contenuto e il significato che noi le diamo, con impegno, dedizione e stile.

La morte è inevitabilmente collegata ad essa, ed anche questa assume il tono, il valore e il senso che abbiamo dato al percorso che l’ha preceduta.

Ho visto dei post vergognosi contro i partecipanti alla manifestazione senza maschere dei cosiddetti “negazionisti”. Ho letto insulti della più stolida bassezza, coniugati con auguri di morte da Covid ed altri ameni auspici di sofferenze varie.

Bene, signori – si fa per dire – mi fate semplicemente schifo. Ci sono persone che mi piacerebbe molto fare fuori, ma da me, personalmente, con strumenti nelle mie mani. Perché i mandanti mi hanno sempre procurato repulsione.

E adesso voglio arrivare al punto. Anche ammettendo le falsificazioni governative e le manipolazioni pseudoscientifiche dei mercenari della salute di regime, vi pare ragionevole che per centotrentamila morti per il virus famigerato (dati gonfiati e non documentati per volontà dei negazionisti, quelli sì, di regime) si inginocchi una intera nazione dal punto di vista economico e finanziario? Vi sembra etico che per l’invidia dei sani, l’astio dei parenti e la paura artatamente indotta della massa, si criminalizzi tutti i dissidenti chiedendo schedature e gogne mediatiche?

È come se domani crepassi per covid e la mia invidia si riversasse sulla mia comunità pretendendo quarantene per Fincantieri, negozianti, baristi, supermercati, tabaccai, ristoranti e altri siti e persone da me sospettosamente infetti e quotidianamente frequentati?

Sarebbe una mia espressione di megalomania, un grave disturbo affettivo.

Vorrei, invece, che la bara venisse coperta con la bandiera rossa dal cerchio bianco e la croce celtica nera che ho conservato per l’ultima occasione. Vorrei che gli amici festeggiassero con la stessa allegria e impertinenza con la quale ho passato il tempo che mi è stato concesso. A coloro che mi hanno voluto bene una salute fino a cent’anni e passa per due motivi: prolungare il mio ricordo e scoprire le carognaggini che questi propagandisti del terrore hanno nascosto per mettere a terra l’intera mia Nazione.

Adriano Segatori

 

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